lunedì, novembre 23, 2009

Bonanni e la carta della crisi

E’ l’ultima modernissima carta dello stivale. La penisola, l’Italia, non appare, come nei depliant turistici, punteggiata di verdi vallate, monumenti, musei, chiese, parchi archeologici. Qui le bandierine segnalano tanti nomi di fabbriche. E’ la carta della crisi ed è in continua evoluzione. Perché ogni tanto qualche nuovo luogo di lavoro si affaccia con il suo carico di licenziati o cassintegrati. L’idea è venuta a un gruppo di studiosi universitari di diverse branche della geografia, usando Map-Google. La trovate nel sito http://nuke.luogoespazio.info/., sotto il titolo “Il lavoro soprattutto”. L’intenzione è quella di “accomunare le contestazioni operaie: sopra i tetti o sulle gru delle loro fabbriche, aziende, società”. Scrivono: “Un gruppo di lavoratori che rischia il posto di lavoro, infatti, non può non essere “reale” in ambito locale: il problema esiste ed è percepito a livello territoriale. Quel che non riesce a delinearsi pienamente è la sua dimensione”. I lavoratori “usano lo spazio andando sui tetti, come per tentare di sfuggire alla marea montante di un diluvio universale che sta spazzando via una parte del nostro sistema economico, senza che se ne sia progettato uno alternativo pronto a sostituirlo”.

Nella mappa non ci sono solo le fabbriche che qualche volta sono riuscite a rompere il silenzio della stampa come Alcoa, Fiat di Termini Imerese e Arese, la Yamaha. Ne troviamo molte altre rimaste sconosciute: la Lasme di Potenza, la Disco Verde di Zola Pedrosa, l’Adelchi di Tricase, l’Amiu di Trani. Un elenco aggiornato di ora in ora. Chissà come si irriterà Raffele Bonanni, segretario della Cisl. Accuserà i geografi così come ha fatto con la Cgil, di far solo politica. Saranno irrisi così come ha fatto un recente articolo di MIlano Finanza che ha spiegato come il popolo lavoratore sia attratto dagli All Blacks e non dai vecchi appelli di Guglielmo Epifani. E’ il tassello di una campagna che spiega ogni giorno dai teleschermi come la crisi sia finita, poiché la produzione riprende. Quello che nascondono è che nella crisi sono rimasti appesi migliaia di donne e di uomini. Nessuna ripresa per loro. Per fortuna c’è anche qualche imprenditore che conosce le cose, come Alberto Barcella neo presidente della Confindustria lombarda. Ha spiegato che “La ripresa sarà lenta e dolorosa”. Perché “Il peggio per l’occupazione deve ancora venire”. E ha lanciato un monito “Non è il momento di anestetizzare l’opinione pubblica dicendo che la crisi è finita”.

E allora quella Mappa dei geografi dovrebbe diventare la mappa unitaria dei sindacati. Non sembra possibile. Le quotidiane sortite del segretario della Cisl non sono per denunciare la linea estemporanea del governo e le responsabilità della Confindustria. Il nemico da battere è la Cgil. Col rischio così di dar ragione a quanti nella Cgil considerano morta la stagione unitaria. E ora si vuole favorire, dopo la spaccatura nel mondo del lavoro manifatturiero, una rottura del sindacato dei giornalisti italiani accusato di far poco per i precari.Come se la Cisl (con Cgil e Uil) avesse tutte le carte in regola con le masse di precari nell’industria e nei servizi.

lunedì, novembre 16, 2009

Tremonti calcoli il lavoro gratuito delle donne

E’ un modo per immaginare il futuro. Far entrare nella contabilità nazionale il lavoro gratuito necessario per vivere, fatto soprattutto dalle donne. Far riconoscere, insomma. il lavoro di cura, il lavoro familiare come “contributo imprescindibile alla ricchezza di tutti”. E quindi agevolarlo, valorizzarlo, redistribuirlo. E’ una delle tante indicazioni contenute in un “Manifesto” redatto dalla “Libreria delle donne” di Milano. Tra le autrici Pinuccia Barbieri, Maria Benvenuti, Lia Cigarini, Giordana Masotto, Silvia Motta, Anna Maria Ponzellini, Lorella Zanardo, Lorenza Zanuso. Un documento ricco di spunti e proposte, scritto da donne e rivolto a tutte e tutti “perché il discorso della parità fa acqua da tutte le parti e il femminismo non ci basta più”.

Il desiderio è quello di superare, in sostanza, il modello maschile che governa i rapporti di lavoro. La speranza è quella che lavoratori e lavoratrici abbiano la forza contrattuale “per negoziare tempi elastici che tengano conto dei tempi di vita”. E che il lavoro funzioni con regole trasparenti, capaci di “riconoscere e valorizzare le diverse competenze e creatività, dando non solo denaro ma anche gratificazioni e riconoscimenti”. In modo da premiare “la capacità di lavorare insieme e il senso di responsabilità”. Mirando ad un altro concetto di sviluppo dove “le donne non siano spinte a imitare gli uomini”.

E’ un manifesto che rompe antiche certezze. Le donne – si dichiara - non sono più una categoria debole, anche se sono ben presenti le difficoltà, specie oggi, in piena crisi, per rimanere nel mondo del lavoro. Ne sanno qualcosa i protagonisti e le protagoniste di questa rubrica: gli atipici, i precari. L’invito è, però, a vedere il cammino fatto, l’entrata in massa in quel mondo, con tutte le conseguenze determinate. La stessa crisi è vista così come un’occasione per porre un altro punto di vista, un cambiamento di civiltà oltre che di misure e di regole economiche. E qui trovo un elemento fondamentale: "Ciò che ci rende felici nella vita ci rende felici nel lavoro e viceversa". E ancora: "Non possiamo più permettere che siano le condizioni di lavoro spesso nemiche dei nostri più elementari desideri a cambiarci nell'intimo come persone".

Certo sarebbe opportuno approfondire la riflessione sugli strumenti a disposizione. A cominciare dalla enunciata “fragilità” del sindacato. Chi raccoglierà l’invito del “Manifesto” della Libreria? Chi organizzerà le vie di un rinnovamento come quello ambito, con l’incontro di donne e uomini che si parlano nei luoghi di lavoro? Chi porterà all’auspicata contrattazione “tra se e se” ma anche con chi ci vive accanto per fare in modo che i confini non diventino barriere? Come affrontare “chi si para davanti al nostro cammino con l’intenzione di bloccarlo o dirigerlo”? E perché non nominare tra questi “ostacolatori” la forza prevalente dei datori di lavoro, degli imprenditori, dei “padroni”? Visto che sono loro, ad esempio che spesso impediscono di “poter dire sì al lavoro e sì alla maternità”, obbligando, invece, a una scelta.

giovedì, novembre 12, 2009

Le tre vite di Nella Marcellino




E' stato appena dato alle stampe un libro-intervista che riguarda una donna prima giovane partigiana, tra la Francia e l'Italia, poi dirigente nazionale del Pci (a Yalta seduta alla macchina da scrivere a battere il rapporto lasciato da Togliatti), infine dirigente nazionale della Cgil. Il volume curato da Maria Luisa Righi, edizioni Sipiel (una succursale della Feltrinelli), s'intitola, appunto, "Le tre vite di Nella". Ecco qui di seguito la prefazione che Nella mi aveva chiesto di fare...



Ho avuto il privilegio di leggere in anteprima questo libro. Avevo conosciuto Nella Marcellino nei miei lunghi anni di cronista sindacale per l’Unità, ma sapevo solo per sentito dire delle sue “tre vite”. E così, in seguito ad una sua richiesta, abbiamo ripercorso insieme queste pagine. L’Autrice era alla ricerca perpetua di possibili errori, di dimenticanze, di particolari nuovi da aggiungere. Ora l’opera, dovuta al prezioso impegno di Maria Luisa Righi, è sotto gli occhi di tutti. E’ la storia di una donna italiana particolare. Non è solo un memoriale, è un vero e proprio romanzo storico-politico che ripercorre quasi cento anni della storia italiana. La protagonista incontra, nel corso delle sue tre vite, da giovanissima partigiana, da dirigente del Partito Comunista, e da dirigente della Cgil, una gran folla di donne e di uomini. Molti hanno nomi importanti, conosciuti. Altri sono meno noti. Tutti hanno partecipato, con Nella, a una lotta, a un impegno che non è mai finito, vivendo le emozioni delle conquiste e i dolori delle sconfitte. E’ un mondo, quello della sinistra italiana, attorno al quale spesso e volentieri si stendono analisi superficiali o strumentali. Quella di Nella Marcellino è la testimonianza, senza reticenze, di un’esistenza ricca che la rende orgogliosa.

E subito vien da pensare, scorrendo le pagine, come sarebbe stata l’Italia senza quelle ragazze e quei ragazzi che come Nella entravano ancora adolescenti in clandestinità, seguendo i genitori nell’impegno antifascista. Per dedicarsi, dopo la Liberazione, a organizzare i movimenti femminili e a costruire un sindacato capace di restituire diritti e poteri ai salariati. Sono le tappe di una lunga lotta che oggi, in tempi certo meno esaltanti, rischiano di essere poste in discussione e ricacciate all’indietro.

Questo libro può servire non solo a sollecitare la memoria degli anziani, quelli che magari hanno ripercorso le strade di Nella. Può essere utile a tanti giovani che spesso nulla sanno del passato e che nella lettura si accorgeranno di una realtà lontana da tante versioni immaginifiche. Perchè il miracolo dell’Autrice, è stato quello di tracciare i percorsi complicati di una professionista della politica, ma di saperli raccontare con una sensibilità particolare.

I suoi protagonisti, dal padre antifascista che la porta da Parigi a Bruxelles, al marito Arturo Colombi, tra i massimi dirigenti del Partito Comunista Italiano, non sono “eroi di marmo”, retoricamente fissati in immagini stereotipate. L’Autrice riflette su intrighi e difficoltà dell’epoca ma le accompagna al racconto vivace delle condizioni quotidiane. C’è il senso del sacrificio, della militanza dura, ma anche dell’allegria, dei piccoli piaceri guadagnati, della solidarietà e dell’energia che nasce a contatto con tanti altri, accomunati da una causa comune.

E così sfogliamo pagine vibranti, come quando racconta l’incontro tra Giuseppe Di Vittorio e il popolo di Foggia nei primi comizi del dopoguerra. Ma insieme c’imbattiamo in pagine ricolme di una piacevole “leggerezza”. Così quando racconta del suo gatto parigino che litiga con Giorgio Amendola. Così quando rievoca il matrimonio per finta, onde imbrogliare le pattuglie naziste.

E’ una donna speciale Nella, con il sorriso dolce e il temperamento d’acciaio. La si guarda e vien da pensare a quando affrontava a Milano le lotte interne tra il partito degli operai e quello degli intellettuali. Ricostruzioni storiche accurate, spesso inedite e che probabilmente faranno discutere. E’ una donna che ha saputo tener testa, con quel sorriso, con quella capacità ironica, con personaggi come Palmiro Togliatti, Luigi Longo, Pietro Secchia, Giancarlo Pajetta, Armando Cossutta, Rossana Rossanda.



E’ la stessa donna che a sei anni entrava da esule in Francia e che molti anni più tardi batteva a macchina a Jalta un Memorandum che avrebbe scosso il mondo. Questo suo libro è stato un impegno che l’ha affaticata ma anche divertita. E’ stato, crediamo, un modo per rivivere, traendone, nella pagina finale, una specie di morale sul valore dell’amicizia. Ossia sul vantaggio che deriva dal tentare di costruire un mondo in cui le donne e gli uomini siano più liberi e capaci di stare insieme, legati da vincoli di solidarietà. Perché non è vero che l’egoismo possessivo di cui sono piene le cronache di questi giorni del nuovo secolo, alla fine paghi e renda felici.

lunedì, novembre 09, 2009

Il romanzo perduto dell'unità sindacale

Ho tra le mie carte una circolare di circa 40 anni fa, targata Fiom-Cgil, firmata da Pio Galli, segretario nazionale. Informava le varie strutture sindacali del mio passaggio dall’Unità di Milano alla redazione romana di un giornale voluto dai tre sindacati dei metalmeccanici. Una breve esperienza: tornai presto a Milano. Quel foglio aveva una testata esplicita: “Unità operaia”. Nella redazione c’erano personaggi come Aniello Coppola, Giorgio Lauzi, Adele Pesce, Maria Grazia Bacchi.
Erano i tempi della costruzione dell’unità sindacale.

Ora proprio su tale tema e’ uscito un libro controcorrente: “L'unita sindacale,1968-1972, culture organizzative e rivendicative a confronto” (Ediesse). Il giovane autore, Fabrizio Loreto, ha ricostruito meticolosamente un iter complesso fatto di documenti, avvenimenti, personaggi. Riemerge tra l’altro, attorno a quell’obiettivo –l’unità - una dialettica forte, spesso feroce, specie nella Cisl e nella Uil. Con dirigenti che hanno fatto la storia di quelle dispute, come Ruggero Vanni e Umberto Scalia. Contrastati da Pierre Carniti, Luigi Macario, Giorgio Benvenuto. Mentre gli scossoni in casa Cgil vedevano tra i protagonisti Luciano Lama, Vittorio Foa, Bruno Trentin, Sergio Garavini. Una storia avvincente fatta di colpi di scena e che aveva portato financo a organizzare congressi di scioglimento.

Un libro controcorrente perché oggi parlare di unità sindacale appare paradossale. Eppure nello stesso avviato congresso della Cgil il tema è presente negli schieramenti che sembrano fronteggiarsi. Con posizioni capovolte rispetto al passato. Il corpo centrale, attorno a Guglielmo Epifani, punta su spazi e opportunità nel rapporto con Cisl e Uil, malgrado la spaccatura derivante dal varo dell’intesa separata sul nuovo modello contrattuale. Mentre la sinistra (con Fiom e Pubblico Impiego) sembra voler dichiarar chiusa definitivamente una fase.

Tutto questo proprio mentre si celebrano i quaranta anni dall’autunno caldo, da quell’impetuoso avvio, appunto, di un processo unitario che sembrava inarrestabile. Nascono così importanti rievocazioni, come quella organizzata dalla Fondazione Di Vittorio l’altro giorno a Roma. Avremo altre iniziative? Sarebbe interessante immaginare un incontro con coloro che hanno vissuto quell'epoca. Non solo i dirigenti di primo piano come Pierre Carniti, Giorgio Benvenuto, Antonio Lettieri, Franco Bentivogli, Antonio Pizzinato. Ma anche dirigenti periferici, delegati, operai tessili, chimici, dell’agro-industria, del pubblico impiego, dei servizi. Non solo per fare del nostalgico reducismo. Forse potrebbero approfittarne per dare qualche suggerimento ai loro eredi. Magari per dire: guardate anche noi spesso avevamo culture diverse e contrapposte, seguivamo partiti irriducibilmente avversari. Eppure ce l'avevamo quasi fatta e vi spieghiamo come.

lunedì, novembre 02, 2009

Auto-imprenditore a 350 Euro

E’ forse la trappola più insidiosa. Ti dicono che non sei un lavoratore dipendente, sei un imprenditore. Di te stesso. E ti fanno entrare nella grande famiglia delle partite Iva. Un regno dorato, abitato da ricchi professionisti. Ma non ti fanno partecipare agli utili dell’impresa. Magari sono gli stessi che magnificano le idee dell’attuale ministro del welfare, appunto sugli utili dell’impresa. Può capitare che ti diano la bella somma di 350 Euro al mese. Una somma ridicola che fa rabbrividire, magari leggendo di coloro che cercano sesso facile a colpi di tremila-cinquemila euro non al mese ma alla volta. Le proporzioni sono tutte saltate.

Il caso lo racconta l’ultimo numero del foglio redatto dalle ragazze di Best Before (bestbeforenews@gmail.com), Silvia e Benedetta di Genova e Bologna. C’è questa precaria che torna dalle ferie. Siccome la sua collega è rimasta incinta spera che questa sia la volta buona per essere “stabilizzata”. Non è una novizia, ha alle spalle anni di contratti a progetto e collaborazioni. Immaginiamo che pensi: ora avranno molto più bisogno di me. Ed ecco, infatti che la chiama il capo (un “ex sessantottino” che di quell’epoca ha ereditato solo la spigliatezza). Le prospetta un’immediata prospettiva: “O apri la partita iva o te ne vai a casa, questo è quanto”. Lei prova a ribattere che la mole di lavoro di cui si dovrà occupare avrà un incremento visto che la collega sarà assente. E lo stipendio? La informano che non aumenterà in proporzione, perché è considerata ancora un’apprendista. Scrive la precaria: “La notizia mi demotiva nel modo più assoluto e mi trasmette un desiderio di lavorare pari a quello di essere colpita da un attacco fulminante di varicella (o di influenza suina, per restare nella stretta attualità)”.

Comunque per non perdere il posto cede al ricatto, apre la partita iva e diventa a tutti gli effetti una libera professionista. Certo “monocommittente. E si rende conto che è “la formula più diffusa in molte aziende per aggirare controlli e rivendicazioni”. Eccola quindi “imprenditrice di se stessa, con partita IVA a 350 euro al mese”. Così si ritrova a fantasticare “su cosa ancora mi possa riservare il futuro, in questa progressiva discesa verso il basso della sicurezza e delle tutele lavorative”.

Sono storie dedicate a chi si balocca con il posto fisso gettato da Tremonti nel grande mare del gossip quotidiano. Basta leggere il “come eravamo e come siamo” sempre in questo numero di Best Before”. C’è una editor grafica, tre anni in casa editrice Co.Co.Pro. con sei contratti in totale, poi fatta fuori. Ora in giro per varie scrivanie perché, causa crisi, tutto diventa più difficile. E c’è la redattrice editoriale per sei anni in un importante service con una quantità inimmaginabile di contratti a progetto. Estromessa, ora lavora in un call center come Co.Co.Pro. E’ il gioco dell’oca del precario. Non si torna nemmeno alla casella di partenza. Si va più in basso.

martedì, ottobre 27, 2009

Il grande imbroglio dell'autunno

Il dramma è questo: fra qualche settimana, forse anche meno, nessuno parlerà più del posto fisso. Siamo stati sommersi, dopo il là di Giulio Tremonti, da un’alluvione di interventi, comunicati, dibattiti. Gli interessati, i flessibili, i precari, i licenziati, quelli in affitto, quelli in cassa integrazione, quelli in appalto, i lavoratori in nero, hanno assistito immobili. Ora ritornerà il silenzio che li ha accompagnati e spesso resi invisibili.

Un obiettivo l’ha ottenuto il polverone sollevato dall’astuto ministro dell’Economia. E’ riuscito a nascondere in larga misura i problemi reali. Quelli squadernati ad esempio dalla Cgil che ha portato in quattro piazze di Roma voci, immagini, persone in carne ed ossa, i soggetti della crisi. Ha distratto l’attenzione dai metalmeccanici ai quali è negato di poter esercitare, anche da coloro che tanto decantano il valore democratico di uno strumento come le primarie, il diritto al voto sul proprio contratto. Ovvero su quelle norme che governano gran parte dell’esistenza del lavoratore.

Ha fatto dimenticare i precari della scuola, quelli rimasti senza posto, appunto, e in parte salvati in extremis da un voto del Pd in Parlamento. Così come sono stati accantonati, nelle dispute generali, i problemi di quelli a cui scade il periodo di cassa integrazione oppure l’assegno di disoccupazione. Per non parlare dei tanti che reclamano attenzione dall’alto delle gru di fabbrica. O delle prime vittime di questa crisi, ovverosia i protagonisti di questa rubrica, i detentori di posti ballerini che ora non sono più nemmeno ballerini, non ci sono proprio più. Il calo del Pil ha soffiato via anche loro.

Come al solito nel grandioso dibattito sul posto fisso tutti i gatti sono diventati bigi. E così la sinistra è diventata eguale alla destra. Pochi hanno ricordato che il governo di centrosinistra certo non aveva tramutato come un re Mida i posti ballerini in posti fissi. Però aveva iniziato un processo, per farli pagare di più (rendendoli meno appetibili da imprenditori senza scrupoli), per dichiarare quelli a progetto illegali quando non godevano delle caratteristiche di autonomia. Nello stesso tempo un altra sinistra scendeva in pazza contro il governo di cui faceva parte, promettendo (anche loro) la facile realizzazione di un posto fisso per tutti.
E sempre nel Grande Dibattito si sono nascoste le colpe della destra quando ha costruito un supermarket della flessibilità senza tutele e diritti. Parlando di flexicurity (cominciando dai sempre evocati ammortizzatori sociali), senza attuarla. Distruggendo posti (altro che fissi) nel pubblico impiego, suonando la carica per i privati.

Insomma tanti si sono sciacquati la bocca con quella parolina “posto fisso”, dimenticando quanto è successo in questi anni e di come sarebbe importante parlare invece di “stabilità” anche per chi non intende rimanere nello stesso luogo di lavoro per tutta la vita. Stabilità fatta di tutele e diritti fornendo dei mezzi (la formazione) adatti a recuperare altra occupazione.

lunedì, ottobre 19, 2009

Michelangelo che non doveva rimanere solo

Michelangelo e uno fra i tanti che sono rimasti sotto le macerie della crisi e ha scritto una E-Mail a questo giornale. Lui e i suoi compagni ricordano con un brivido gli slogan governativi rassicuranti: “Nessuno rimarrà solo”. Uno slogan in qualche modo rievocato dall’ultimo, strepitoso George Clooney in “Tra le nuvole”, il film presentato alla festa di Roma. L’attore, nei panni di un cinico “tagliatore di teste”, cerca di dimostrare alle vittime che il licenziamento è un opportunità per cambiare. Ma sa benissimo che è una balla.

Ed è proprio il caso di Michelangelo, 42 anni, bergamasco, disoccupato dal gennaio di questo terribile 2009. Ha cominciato a bussare alle porte di altri luoghi di lavoro ma senza risultato: non risulta più “appetibile” per le aziende. Altro che occasione di cambiamento. Per fortuna, racconta, prendo un sussidio di disoccupazione di 941 euro al mese. Così, assieme alla famiglia, ha potuto sbarcare il lunario. Ma ora, si chiede, come farò visto che il prossimo mese questo sussidio avrà termine? Sfoglia i giornali, guarda la televisione e si chiede: “Possibile che nessuno parli di quest’argomento cosi delicato e che coinvolge migliaia di lavoratori disoccupati?”.

A dire il vero qualcuno ne ha parlato. La Cgil, con Guglielmo Epifani ad esempio, ha spesso posto al governo la necessità di cominciare almeno a raddoppiare il tempo riservato a quel sussidio, otto miseri mesi. C’è stato perfino un ministro, (non quello del Lavoro Sacconi troppo intento a spaccare i sindacati, bensì il ministro del Tesoro Tremonti) che sembrava intenzionato a rimediare. Poi non se ne è saputo più nulla. Il governo traccheggia, se la prende comoda, anche perché non ha di fronte la forza compatta e unitaria del mondo sindacale.

Michelangelo ne ha viste tante. Ha cominciato a lavorare a 14 anni come fabbro, ha fatto le scuole serali e a 37 anni si è diplomato. L’ultimo suo impiego è terminato il 26 gennaio 2009. Operava come capo reparto in un’azienda nautica e percepiva circa 1.600 Euro al mese, più l’indennità di ruolo. Mentre sua moglie lavorava a part-time presso una casa di cura. Una famiglia modello ora precipitata, immaginiamo, in uno stato d’animo non proprio improntato a quell’ottimismo che molti predicano dato che la recessione “è passata”. Non è passata per lui e per quelli come lui.

Scrive ancora: “In questi giorni assisto a convegni, incontri fra le istituzioni sindacali e sento sempre parlare di tutela dei lavoratori e di creare strumenti per far si che le aziende non licenzino. Benissimo, ma per quelli che sono stati licenziati, come me e molti altri, quelli che hanno ancor più difficoltà, non solo economiche perché ad un certo punto subentra anche il fattore psicologico di sentirsi inutile, come mai non se ne parla? Come mai non si fa niente!”. Forse bisognerebbe chiedere un consiglio al cinico “licenziatore” George Clooney.

mercoledì, ottobre 14, 2009

La Cgil e le primarie del Pd

Uno scandalo il pronunciamento di Guglielmo Epifani a favore di Pierluigi Bersani? Intanto c’è da osservare che non l’intera Cgil segue tale indicazione. Non è un solenne deliberato degli organismi dirigenti. Non si è riunita la segreteria confederale onde discutere e decidere il comportamento da adottare nelle “primarie” del Partito democratico. Sarebbe stato, questo sì, il ripristino di una specie di “cinghia di trasmissione” all’incontrario. Come quando c’era il Partito padrone ora ecco il Sindacato che s’intrometterebbe nella vita interna del Partito, addirittura per dettare la scelta di questo o quel dirigente.

Invece non esiste alcuna decisione centralizzata. Gli iscritti alla Cgil non sono stati chiamati ad alcun impegno. Una dimostrazione di ciò deriva dal fatto che nella Confederazione esistono e a volte si manifestano orientamenti di tipo diverso. E non mancano quelli per Dario Franceschini o per Ignazio Marino anche se appaiono preponderanti quelli per Bersani. E, certo, il peso delle parole di Epifani rimane. E’ però un pronunciamento, tende a precisare lo stesso segretario della Cgil, non fatto a nome della carica ricoperta, ma come libero cittadino. Epifani, infatti non ha in tasca nemmeno la tessera del Partito Democratico. E non ha detto una parola, tiene a sottolineare, nel corso dei congressi svolti dagli iscritti al Pd. Ha parlato solo per le “primarie” alle quali sono chiamati a partecipare, appunto, tutti i liberi cittadini.

Epifani rammenta di essere stato scettico fin dall’inizio circa le forme che andava prendendo il nuovo contenitore politico, sorto sul tentativo di amalgama tra Margherita e Ds. Aveva criticato, rammenta, il fatto che il segretario scaturisse dalle elezioni “primarie”. Occorreva separare le modalità della partenza dal proseguimento nella costruzione del nuovo partito, adottando regole più precise. Anche i democratici americani, ricorda, hanno l’albo degli elettori. Invece nelle primarie del Pd ora chiunque potrà scegliere. Anche chi non vota Pd. Insomma lui a un partito liquido, contrapponeva un partito plurale ma con un’identità e un radicamento. Con un’opposizione di fronte a un governo con così grandi poteri, né populista né evanescente, capace di farsi sentire in tutto il Paese e non solo a Porta a Porta. La Cgil, ad ogni modo, rammenta, ha lasciato libertà agli iscritti, a differenza di altri sindacati. Ed è contento che Franco Marini lo abbia capito e difeso. In sostanza Epifani ha trovato nelle tesi di Bersani una conferma di quelle proprie idee su radicamento e identità. Anche se (vorrebbe aggiungere chi qui scrive) proprio sui temi del lavoro i ragionamenti esposti (da Bersani ma anche dagli altri candidati) appaiono spesso largamente generici.

Un pensiero, quello del segretario che trova un eco in gran parte degli esponenti della segreteria. C’è però chi, come Morena Piccinini, non nasconde la propria preferenza per “Sinistra e libertà”, così come Paola Agnello. Esistono comunque tra le categorie e nelle Camere del lavoro dirigenti che sostengono Dario Franceschini o Ignazio Marini. Così per Marino si schiera, ad esempio, Beniamino La Padula (responsabile del dipartimento economico confederale) mentre per Franceschini espone la propria preferenza Carlo Podda, segretario generale del Pubblico impiego. Quest’ultimo ci tiene, a sua volta, a dichiarare la propria come una scelta da libero cittadino e non da dirigente sindacale. E, semmai avanza qualche imbarazzo nel commentare le candidature “bersaniane” nelle primarie di alcune città, ricoperte da dirigenti sindacali, candidati per essere eletti delegati alla assemblea nazionale del Pd. L’argomento chiama in causa le incompatibilità stabilite a suo tempo dalla Cgil tra cariche sindacali e politiche. Tema affrontato da un altro dirigente sindacale, Gianni Rinaldini, Segretario della Fiom Cgil, che non parteggia per nessuno, essendo uno dei tanti che non si ritrovano in nessuna formazione della sinistra. Sostiene però che la Cgil dovrebbe rivedere e aggiornare quelle incompatibilità decise in un tempo in cui non c’erano, ad esempio, elezioni primarie.

C’è infine, nel fronte dei seguaci di Dario Franceschini, chi nella presa di posizione assunta da Guglielmo Epifani scorge, comunque, un aspetto positivo. E’ Achille Passoni, già segretario confederale della Cgil e oggi senatore per il Pd, nonché, appunto, fervente sostenitore della candidatura di Franceschini. “Sono contento”, afferma, “nel constatare come tanti dirigenti della Cgil, a differenza di quanto abbiano fatto in questi anni, scelgano una partecipazione attiva nel Pd. Questo aiuta il Partito Democratico”.

Tornano Cipputi e i suoi fratelli

Tornano in piazza Cipputi e i suoi fratelli ma, stando a Tg1 o Tg2, destano poco scalpore. Eppure spesso sugli stessi canali abbiamo assistito a focosi dibattiti attorno a operai che sfidavano la morte sulle gru o digiunavano come Gandi o fingevano di rapire qualche manager. Qualcuno piangeva sul sindacato assente, non considerando sindacato il delegato di fabbrica. Qualcuno accusava il sindacato per la mancata condanna di quelle forme estreme di lotta. Qualcuno sosteneva che il sindacato moderno doveva lasciare il passo alla creatività individuale, ovverosia sparire.

Ecco che ieri in gran parte d'Italia cortei non minuscoli (provi a guardare le fotografie il ministro del Lavoro) hanno cercato di rendere collettiva la protesta, magari innalzando, come a Roma, le foto dei propri figli. Non sono, innanzitutto quelli delle aziende in crisi, alla ricerca di soldi, sono alla ricerca del loro lavoro, fonte di dignità. Sono alla ricerca, quelli che aspettano il rinnovo del contratto, di democrazia. Sfilano sotto le bandiere della Fiom-Cgil. Un sindacato che dichiara (in attesa di una legge sulla rappresentanza) il 61 per cento dei voti nelle elezioni delle rappresentanze di base e a cui aderiscono più persone di quante aderiscano agli altri due sindacati della categoria, Fim e Uilm messi insieme. Ma governo e industriali non hanno voluto riconoscere le richieste del sindacato maggioritario.

Sostengono di voler così rispettare un accordo separato sul sistema contrattuale che ha distrutto quello voluto 15 anni fa da Ciampi, Giugni, Trentin, Larizza, D'Antoni. Senza introdurre correzioni che altri come gli alimentaristi hanno saputo introdurre. Senza voler fare la cosa minima che la Fiom ha proposto: che decidano i lavoratori, che votino. Come alla Piaggio (perse la Fiom) qualche tempo fa. Ricordate? Allora andava bene e oggi no? Non ci si rende conto che così, divisi, non si ha più autorevolezza nel Paese?

Perche Gino Giugni era diverso da Sacconi

La scomparsa di Gino Giugni è stata accompagnata da autorevoli, affettuosi ma a volte anche strumentali commiati. Tutti a lodare il padre dello Statuto dei diritti dei lavoratori anche se lui, quando era in vita, confidava ai cronisti di non volerne sapere di quell’appellativo. La verità è che il ministro che preparò quella iniziativa nel 1969 era stato il socialista Giacomo Brodolini, dopo una prima formulazione di Giuseppe Di Vittorio nel 1952.

Non fu un’impresa facile per l’opposizione della Confindustria e le perplessità della Cisl (sempre ostile a interventi legislativi). Perfino il Pci in sede parlamentare si astenne, lamentando, l’assenza di diritti per i partiti nei luoghi di lavoro. Un sostegno decisivo era però venuto dalle lotte operaie, dalle prime conquiste (il diritto di assemblea). E decisivo certo fu il ruolo di Gino Giugni autore della prima bozza dello Statuto, nonché protagonista, dopo la morte di Brodolini, di una impegnata opera di mediazione in grado di battere perplessità e ostacoli. Fino all’approvazione nel maggio 1970. E sarebbe il caso di ricordare i duri attacchi diretti a quella legge in tutti questi anni. Una parte di coloro che oggi piangono l’insigne giurista sono stati in prima fila in tale tentativo non di ammodernamento ma di demolizione.

C’è un altro aspetto essenziale della vita di Giugni spesso dimenticato, ma ben rievocato da Carlo Azeglio Ciampi su “Il Sole-24 ore”. Il giurista era allora ministro del Lavoro (governo Ciampi, appunto). La posta in gioco era un accordo tra le parti sociali capace di rimediare al vuoto lasciato dall’accordo del 1992 che aveva seppellito la scala mobile punto e basta. Ora si trattava di ricostruire un nuovo sistema contrattuale. Era, scrisse Giugni, “il tentativo di scrivere una carta costituzionale delle relazioni industriali”. Un obiettivo ambizioso, portato a termine non a picconate, ma cercando mediazioni alte, vincendo - all’epoca – le resistenze della Confindustria. Mentre fu determinante, come ricorda ancora Ciampi, il contributo di Bruno Trentin.

Anche oggi si cerca di dar vita ad un nuovo modello contrattuale. Ma lo si fa cercando di mettere in un angolo la Cgil. E’ difficile davvero pensare che l’artefice dello Statuto e dell’accordo del 1993 avrebbe deciso (nei panni di Maurizio Sacconi, odierno ministro del Lavoro) di spingere Cisl e Uil con Confindustria, a siglare un accordo ignorando le proposte della Cgil.
Ora lo piangono ma non hanno imparato la lezione di Gino Giugni fatta di modestia, serenità, gentilezza e tenacia, “riformista e gentiluomo” come ha scritto sul “Secolo d'Italia” Federica Perri. Sapendo, come ha scritto Tiziano Treu, che le riforme sono da costruire col consenso sociale. Mentre quel suo Statuto non va demolito ma semmai esteso ai nuovi lavori.

lunedì, ottobre 05, 2009

Congresso Pd e il futuro del lavoro

Sarebbe bello ma non impossibile se il prossimo congresso del Pd oltre a sciogliere l’angoscioso problema del gruppo dirigente (e non di un uomo solo al comando), fissasse alcuni punti fermi, una mediazione risolutiva, sui temi del lavoro. Un argomento centrale soprattutto in questi tempi di crisi che coinvolgono anche le sorti del futuro capitalismo, ovverosia del modo di essere della società che uscirà dallo sconquasso in corso. Un contributo importante è giunto dall’ultimo numero dei Quaderni di “Italianieuropei” dedicato, appunto, al lavoro. Con una serie di analisi, indicazioni proposte.

Un quadro pluralista perché, come spiega Giuliano Amato nell’introduzione, l’opera realizzata “riflette le perduranti e talora contrastanti diversità interne”. Troviamo così, accanto ad ampie e interessanti analisi, ad esempio su quel che succede in paesi come la Germania e la Spagna, il tentativo di suggerire una linea “unificante”. L’obiettivo, in sostanza, è quello di fare in modo che non esistano più lavoratori flessibili di serie B, come i protagonisti di questa rubrica, senza diritti e tutele, e lavoratori in qualche modo stabilizzati.

E’ qui però che si sommano ricette diverse, magari tra chi ipotizza in definitiva uno scambio tra chi è considerato un supertutelato e chi non ha nulla. E così c’è chi suggerisce opzioni diverse di “contratto unico” come Pietro Ichino e Tino Boeri-Pietro Garibaldi. Chi, come Giorgio Santini (Cisl), si rifà al protocollo firmato con Prodi e al sistema contrattuale senza Cgil favorito dal governo di centrodestra. D’altro canto uno studioso come Tiziano Treu ipotizza la costruzione di uno “zoccolo sociale” unico, un insieme di tutele di base, insomma. Mentre un ex segretario della Cgil come Paolo Nerozzi si dichiara favorevole al “contratto unico”, insistendo però sul fatto che non dovrà avere “al proprio centro la diminuzione delle tutele ma la loro estensione”.

Opinioni diverse, dunque, e non di poco conto. E allora avrebbe bisogno di un qualche corollario l’invito al coraggio rivolto al sindacato da Massimo D'Alema nel convegno che ha presentato questo Quaderno di “Italiaeuropei”. Sarebbe infatti importante superare, innanzitutto, le diversità che su questi temi albergano non solo nel sindacato ma anche nelle forze politiche, a cominciare dal Pd. Per non parlare del mondo accademico. Magari cominciando da una questione – la rappresentanza, la democrazia nel sindacato - affrontata da molti degli intervenuti in questa iniziativa. Non sta forse qui, in questo vuoto, una delle ragioni di tante difficoltà che oggi coinvolgono Cgil, Cisl e Uil? Se ci fossero state regole precise e concordate su chi rappresenta chi, su come ottenere un “mandato” dai lavoratori per trattare e concludere accordi, forse non ci troveremmo nell’attuale situazione di caos contrattuale.

Ecco perché sarebbe auspicabile una parola chiara del Pd. Come ha scritto Mimmo Carrieri in uno dei numerosi saggi del Quaderno: “Fino a questo momento il Partito Democratico ha svolto il ruolo di un contenitore, una specie di supermarket della politica…”. E allora occorre che il “riformismo del lavoro” diventi un vero e proprio asse programmatico e identitario di questo partito”. Sarà possibile?

martedì, settembre 29, 2009

Il ragazzo che non aveva parole

E’ uno dei tanti provvedimenti del governo di centrodestra. Passano inosservati per molti. Non per le vittime predestinate. Sono in questo caso i disabili, persone affette da malattie che però non impediscono loro di prestare un’opera preziosa in diverse mansioni. Il decreto Tremonti cosiddetto anticrisi blocca ora non le esose rendite finanziarie, bensì la possibile assunzione dei disabili nelle pubbliche amministrazioni. Addosso ai deboli, insomma. Una carognata di quella destra non elitaria come direbbe Brunetta.

Il caso lo denuncia in un’Email Umberto Brancia. E’ il padre di Marco un ragazzo disabile che ha saputo combattere e rifarsi una vita. Con papà ha scritto un libro ("Non avevo le parole", Città Aperta) e attivato un blog: http://nonavevoleparole.blogspot.com. Papà Umberto si sta dando da fare con altri. Il decreto, annota, “comprometterebbe la possibilità di inserimento al lavoro di tanti giovani che hanno superato l’handicap in un difficile percorso di riabilitazione, nella prospettiva di una piena integrazione nella società”. Le stesse imprese private sarebbero incentivate a sbarrare i cancelli. La Funzione pubblica Cgil è mobilitata. Un emendamento al comma 7 dell’articolo 17 del decreto anticrisi è stato presentato al Senato da quattro senatori del Pd Achille Passoni, Vidmer Mercatali, Giuliano Barbolini e Giorgio Roilo.

La storia di uno di questi disabili di cui ci si vorrebbe disfare è esemplare. E’ quella di Marco, il figlio di Umberto Brancia. Ora ha trent' anni. Aveva un mese quando si è ammalato di broncopolmoniti virulente, durate per quattro anni. Sarebbe morto avevano detto per due volte ai genitori. A sei anni ha cominciato ad uscire di casa. Ed ecco a scuola una nuova diagnosi di morte psichica: “autismo gravissimo”. Padre e madre non si sono dati per sconfitti. Lo hanno aiutato con un lungo percorso terapeutico, fino a portarlo al diploma. Oggi hanno diagnosticato a Marco la sindrome di Asperger: “una forma più lieve dell' autismo”. Marco, raccontano, ha svolto varie esperienze lavorative, tutte con tirocini gratuiti. Quello in corso, dopo otto anni, è al Ministero dei Beni Culturali.

Hanno dato vita, a Roma, ad un gruppo di dieci, quindici genitori con figli in tirocinio da dieci anni in altri enti. Sono diventati tutti volontari della comunità di Capodarco un'organizzazione non governativa di solidarietà.
Sono persone, giovani che non possono, non devono essere condannati all’inerzia. Umberto Brancia ha scoperto quattro anni fa che il figlio scriveva brevi poesie ed è nato quel volume "Non avevo le parole". E’ un dialogo sulla malattia tra un padre e un figlio. Leggo una recensione: “Viveva nel silenzio di un mondo tutto suo, parallelo a quello che gli passava davanti, senza riuscire ad agganciarlo in maniera stabile e proficua per costruire il ponte che gli permettesse di esprimere la sua identità, definendola. E solo nella prima adolescenza ha scoperto finalmente il mezzo di fuga dallo stato di isolamento: le parole”. Ora lo vogliono zittire come vogliono zittire tanti come lui.

lunedì, settembre 21, 2009

L'autunno diverso della Cgil di Epifani

Torna di moda una locuzione del passato "Autunno caldo". Per segnalare la stagione che si apre non dal punto di vista meteorologico, bensì dal punto di vista sociale. E' però un modo di dire un po' ripetitivo e che poco s'adatta a questi tempi. L'autunno caldo nel 1969, aveva ben altri connotati. Esso nasceva intanto sull'onda di un movimento di lotta articolato e disciplinato.

L'esercito fordista, in particolare dei metalmeccanici, conquistava accordi aziendali, prime forme di potere attraverso i delegati. Soprattutto,costruiva l'unità dal basso, quella che poi diede vita alla Flm, federazione unitaria metalmeccanici. E metteva in atto forme serie di democrazia. I lavoratori avevano scelto la piattaforma di richieste anche attraverso divisioni (una per tutte quella sugli aumenti salariali, se eguali per tutti o differenziati). Niente era stato calato dall'alto. Le trattative erano seguite passo dopo passo. La situazione economica non segnalava allarmi, non si parlava di cassa integrazione o di decentramenti all’Est o in Asia. Non c'era l'afflusso degli immigrati dall'Est e dall'Africa. Gli immigrati di allora erano masse di napoletani o siciliani o pugliesi, che approdavano a Torino e Milano.

Oggi è del tutto diverso. I sindacati sono spaccati, la crisi lascia migliaia di lavoratori a spasso, il mercato del lavoro è fatto di una crescente massa di atipici, il popolo dei flessibili e precari. Le lotte che prendono posto sui mass media hanno elementi appariscenti: gente che penzola da tetti e gru, gente che si mette in mutande. Non sarà facile dare un senso a tutto questo, unificare, dare uno sbocco univoco. Tenta di farlo la Fiom organizzando un primo sciopero della categoria per il 9 ottobre.

E' stata costretta a questo passo. Aveva avanzato una carta che avrebbe potuto corrispondere ai segnali scaturiti dall'incontro tra Epifani e la Marcegaglia. Sospendere il dissidio sull'accordo separato relativo al sistema contrattuale che paradossalmente lascia fuori il maggior sindacato italiano. Capire che oggi il problema principale è la crisi e le sue conseguenze. Adottare una soluzione provvisoria, una soluzione ponte fatta solo sulle richieste salariali per il contratto di lavoro. Un modo per prendere respiro e occuparsi dell'urgenza. E' stato un errore ignorare tale proposta.

Così come è un grave e insultante errore quello di accusare la Fiom di operare con queste scelte solo per condizionare il congresso della Cgil ormai avviato. E' vero però che c'è il rischio che nei prossimi mesi si assista ad una campagna di stampa tesa ad accreditare tale tesi, trasformando il dibattito politico in uno scontro tra dirigenti. E allora forse ha ragione una dirigente della Cgil come Carla Cantone (segretaria dello Spi) che nel recente seminario di Gubbio ha proposto di accantonare per ora la discussione sul futuro gruppo dirigente per dedicare tutto l'impegno e gli sforzi alla discussione su come affrontare una situazione mai verificatasi nella storia sindacale. Un'indicazione, dice la Cantone, che ha come corollario il mantenimento di Guglielmo Epifani come segretario generale, anche per un tempo breve. Ma necessario a far passare la bufera. Anche qui forse serve un accordo ponte.

lunedì, settembre 14, 2009

La spilletta con il marchio della stagista

Mentre ci si incatena o ci si mette in mutande o si sale su gru e tetti, c’è chi non può certo ricorrere a simili intemperanze. Sono i lavoratori flessibili, isolati, in piena solitudine. Tra questi una condizione particolare è quella dello “stagista”. Mi è capitato di leggere nel sito “http://generazionep.blog.lastampa.it” curato da Marco Patruno, una particolare testimonianza.

Racconta Stefania: “Tempo fa ho notato in una famosa catena di profumerie che alcune commesse portavano una spilla dove vicino al loro nome compariva la scritta STAGISTA. Quelle ragazze stavano lavorando, perché bollarle e declassarle?”. Stefania ha avuto una prima esperienza con un regolare contratto e mille euro al mese. Poi si è trovata “sballottata nel limbo degli stage”. E ha capito che “quello che doveva essere un orientamento al lavoro si è trasformato in un fenomeno di malcostume imperante ormai in tutte le categorie produttive, anche in alcune dove la natura stessa dello stage, quello di esperienza formativa, viene completamente meno”.

Così è possibile trovare, sostiene, annunci del tipo: "Cercasi stagista animatore, cercasi stagista banco pescheria, cercasi stagista operaio". E risultano poco presenti gli enti preposti al controllo sulla regolarità degli stage e sul rispetto delle norme di svolgimento. Fatto sta che per il datore di lavoro lo stagista ideale “è una risorsa con disponibilità illimitata, sempre sorridente, sempre felice, disposto a fare lo stagista a vita”.

La maggior parte degli stage, continua Stefania, sono full time e solo una piccola parte prevede un rimborso spese”. Ma nessuno s’indigna. Conclude Stefania amareggiata: “Il messaggio che deve passare è che lo stage è una figata, è il paradiso dei neolaureati, è il meglio che un laureato può augurarsi, è il trampolino di lancio per entrare nel mondo del lavoro…”.

Marco Patruno ha anche scoperto (http://excelsior.unioncamere.net/web/index.php) come nel corso del 2008 siano aumentate le aziende che hanno fatto ricorso a questo strumento. Si è passati da 256 mila stagisti a 305 mila. Cala invece il numero degli assunti dopo lo stage. L’anno scorso la percentuale era 12,9%, quest'anno è ferma a 9,4%. Degli oltre 300mila stagisti del 2008 meno di 29mila hanno ottenuto un'assunzione. Aumentano gli stagisti e aumentano i cassintegrati.

Commenta Marco: “Abbiamo il declino e la fine di un mito. Il mito dello stage come canale privilegiato o l’anticamera dell’assunzione nell’azienda italiana…Bisogna dire che i vari professionisti che popolano la foresta del mercato del lavoro hanno coccolato i giovani con questo mito che trovava tuttavia scarso riscontro nella realtà pratica e nelle esperienze quotidiane di chi lo stage lo aveva vissuto sulla propria pelle…Penso che la crisi possa favorire la via dell’opportunismo. Cioè l’uso degli stage per raggirare i vincoli imposti dalle altre tipologie contrattuali…”.

lunedì, settembre 07, 2009

Utili per chi è in mutande...

E’ un’Italia che stenta ad apparire alla ribalta. E’ quella degli insegnanti precari che ad esempio a Roma una bella mattina si sono messi in mutande. Oppure quella di altri professori che a Benevento hanno trascorso giorni e notti su un terrazzo. E’ l’Italia dell’operaio Guido di Imola che a nome di tutti i suoi compagni della CNH (Case New Holland) ha imbracciato la scelta dello sciopero della fame. Mentre altri operai salivano sui tetti della propria fabbrica, la Esab saldature di Mesero, nel Milanese. Simili, inusuali forme di lotta alla Vallecrati di Cosenza o, nelle Marche, alla Cobrim e alla Novico. Per finire con la Montefibre di Acerra. E’ il diffondersi d’iniziative, alla disperata ricerca di visibilità. Quasi fossero spinti dai suggerimenti di “Videocracy”, il documentario dato a Venezia di Erik Gandini: “Basta apparire”. Altri lavoratori seguono strade più tradizionali come nel gruppo Tecnosistemi o alla Lasme di Melfi o alla Metalli Preziosi e alla Lares nel Milanese.

C’è molto silenzio attorno a questa parte del Paese. E’ anche il frutto della “Campagna d’autunno” forsennatamente lanciata dal presidente del Consiglio per condizionare la libertà di stampa. Ha messo in piedi una gigantesca distrazione di massa, concentrata sui suoi problemi erettili. Dovrebbe apparire chiaro, però, che c’è uno stretto legame tra l’attacco ai diritti dell’informazione e l’attacco ai diritti del mondo del lavoro. Ovverosia sulle scelte economico-sociali per fronteggiare una crisi non certo dissolta.

Non sono cose diverse e contrapposte. Oltretutto lo stesso governo a questa Italia malmessa che cosa propone, quale considera come problema prioritario? La partecipazione di operai e impiegati agli utili. Una proposta che potrebbe aprire un’interessante discussione in altri periodi, ma non come offerta a quei tanti che stanno più o meno metaforicamente in mutande. Gente che quella parola fondamentale, “partecipazione”, vorrebbe davvero metterla in pratica nel corso di tempeste aziendali di cui non conoscono nulla. Sono solo considerati oggetti di cui bisogna disfarsi.

E’ stato tra gli altri un docente della Bocconi come Roberto Perotti, a spiegare sul “Sole-24 ore” che parlare di partecipazione agli utili se l’azienda va male è come legare mani e piedi dei lavoratori ad una barca che affonda. “Ne sanno qualcosa i lavoratori della Enron che avevano investito i propri risparmi pensionistici quasi esclusivamente in azioni Enron e quando fallì l’azienda persero la pensione oltre al posto di lavoro”.

C‘è del resto, in questo gran casino, chi inventa giochi sadici. E’ successo a Varese. Secondo la Cgil locale solo qui 30 mila sono in Cassa integrazione, 1500 in mobilità, 1452 aziende coinvolte da crisi. Ebbene i supermercati Tigros hanno lanciato una lotteria con in palio dieci posti di lavoro. E qualcuno ha osservato: se anche per lavorare adesso si fanno estrazioni tipo Superenalotto a che cosa serve dedicare la vita allo studio, accumulare esperienze professionali, compilare un curriculum?

lunedì, agosto 31, 2009

Le ferie forzate degli insegnanti

C’è chi, nel mondo del lavoro, fa ben due mesi di ferie. Non sono però da invidiare come qualcuno potrebbe pensare. Trattasi, infatti, di ferie obbligatorie, imposte e non pagate. Questa “manna” di tempo libero è riservata a migliaia di precari della scuola. Lo ha spiegato bene uno di loro, in una lettera ospitata, qualche tempo fa, dal sito della Cgil delle Marche (www.marche.cgil.it/flc/scuola). L’autore spiega di essere un'insegnante precario, uno dei tanti in Italia colpiti dalle misure del ministro Gelmini. Ogni anno nei mesi di luglio e agosto, racconta, ci ritroviamo disoccupati. Lei e i suoi colleghi sono inseriti nelle cosiddette graduatorie permanenti.

Non sono dei pivellini alle prime armi. Hanno già superato uno o più concorsi dello Stato, si sono aggiornati, hanno prestato anni di servizio. Sempre in attesa di un posto stabile. Non sono nemmeno, come spesso si è portati a credere, semplici supplenti che occupano il posto di un collega assente. Questi “precari storici” sono chiamati ad occupare, di anno in anno, un posto vuoto, destinato a ritornare vuoto l'anno successivo. Perché questo andazzo? Perché, spiega la lettera, “i docenti nominati a tempo determinato costano molto di meno di uno di ruolo”.
Ed eccoli in vacanza obbligatoria per luglio e agosto. Senza quello stipendio che nei mesi normali comunque rimane bloccato, senza scatti di anzianità… Senza gli ammortizzatori sociali. Con l’attesa, a settembre, di un nuovo contratto. Così fino alla pensione non certo da nababbi. Molti hanno 40-50 anni e diventa difficile riciclarsi per altri lavori. “Chiediamo – conclude l’insegnante - di essere rispettati e riconosciuti come lavoratori e professionisti e non come accattoni da sganciare come una zavorra”.

Sono le testimonianze accorate di una scuola dove non s’investe, si taglia e basta. E dove si fa credere che i problemi si risolvono solo ridando valore al voto in condotta.

Google-paradiso e il preferirei di no di Ranieri

C’è un’azienda spesso raccontata come un’oasi di felicità per i lavoratori. E’ la GooglePlex in California. Qui secondo un dirigente, Eric Schmidt, non si lavora per i soldi ma per cambiare il mondo. Un tempio dove si opera tra biciclette, palloni, palestre, lavatrici, sala massaggi, calcio balilla, undici bar e ristoranti gratuiti. Potrebbe essere un esempio per il futuro di chi presta ogni giorno la propria fatica. E’ un passaggio del libro di Daniele Ranieri: “Preferirei di no. Lavoro e condizioni di lavoro alle radici del XXI secolo” (edizioni Ediesse). Quella di Google è la proposta che l’Autore chiama “assimilazione seduttiva”. Una forma di collaborazione, apparentemente felice, tra capitale e lavoro. Solo che numerose esperienze di gente fuggita da GooglePlex hanno raccontato di essere state come ingoiate da un gigante: "Mi sembrava di non esistere mentre guardavo le persone che si affollavano qua e la con i loro laptop”. Era un falso paradiso, una seduzione non riuscita.

Daniele Ranieri è un dirigente della Cgil che ha condotto nel suo volume un interessante viaggio tra le esperienze lavorative, dall’antichità premoderna al crollo della società romana, fino ai giorni nostri. Ha scelto come titolo quel “Preferirei di no” tratto da un racconto, “Bartleby”, di Hermann Melville. Il protagonista lavora per un avvocato che, a un certo punto, di fronte ad una richiesta, rifiuta di collaborare dichiarando: “Preferirei di no”. E’, in fondo, una presa di posizione diffusa tra i salariati disarmati della nostra epoca, alla ricerca di un lavoro che dia soddisfazione. Lo ha spiegato l’Osservatorio sul capitale sociale degli italiani diretto da Ilvo Diamanti. Il 44 per cento dei lavoratori interpellati, in un’indagine citata nel volume, ritiene che la caratteristica più importante nel lavoro sia la soddisfazione, il 29% la sicurezza e il 15% un buon stipendio.

La moderna soluzione non può essere data però, spiega l’autore del libro, da forme di partecipazione subalterna, come quelle sperimentate da Google. E nemmeno da un
“patto tra imprenditori” capace di “alimentare l’illusione che il lavoratore possa essere un autonomo gestore di se stesso”.

Una proposta alternativa può essere fondata, invece, su “democrazia e diritti”. Daniele Ranieri cita a questo proposito le argomentazioni di Bruno Trentin. Anche a proposito del fatto che da tempo le rivendicazioni sindacali hanno scelto la strada della priorità distributiva che mira "non tanto alla promozione e al sostegno dell'esercizio di determinati diritti quanto verso l'adozione di misure di compensazione per il loro mancato esercizio". I diritti monetizzati, insomma. E’ possibile invertire la rotta. Il libro di Ranieri spinge a questo.

I vecchi leoni della Cisl

Sono un gruppo di non più giovani, già dirigenti, anche nazionali, della Cisl. Hanno dato vita ad un sito spartanamente ìntitolato “Sindacalmente”. Lo trovate qui:
http://sindacalmente.wordpress.com. Amano autodefinirsi “leoni”, ricorrendo a questo sottotitolo: “Se penso criticamente ad alta voce passo un guaio… Per dirlo in pubblico ci vuole un coraggio da leone!”.

E’ un’allusione alla difficoltà oggi nel sindacato – specie nella Cisl – di esprimere opinioni che non collimino con quelle del gruppo dirigente. Del resto alcuni dei trenta promotori – come Adriano Serafino, Alberto Tridente, Toni Ferigo, hanno contrassegnato le cronache politico-sindacali del passato proprio anche come animatori di una dialettica vivace. Ora tornano a farsi sentire non mossi certo da ambizioni di potere ma con l’ambizione di contribuire a risollevare l’intero sindacato da una condizione di divisione e spesso d’impotenza.

Ed eccoli avanzare obiezioni critiche nei confronti delle scelte della Cisl di Raffaele Bonanni. Il tema è quello, ad esempio, della parità pensionabile per le donne nel settore della Pubblica Amministrazione. E si osserva come “la disponibilità della Cisl verso il Governo modifica ancora una volta le posizioni espresse in materia nei congressi, nelle manifestazioni dei pensionati”.

E ancora: “La Cisl ha dato un sostanziale Ok a provvedimenti governativi che non affrontano – a nostro avviso – le priorità poste da tempo dal sindacato… Perché non riprendere le richieste unitarie avanzate al precedente Governo e sulle quali la stessa Cisl sostenne la necessità di una forte mobilitazione sino alla proposta di sciopero generale?”. Non mancano poi, certo, gli strali nei confronti di certe posizioni della Cgil e specie della Fiom.

Sono tasselli di una situazione pericolosa. Ha scritto Riccardo Terzi in un bell’articolo destinato ad “Argomenti umani”: “…Da un lato, un sindacato che si adatta al nuovo quadro politico e che si ritaglia in questo quadro un suo limitato spazio corporativo, dall’altro un sindacato che viene spinto verso una contrapposizione di principio, di tipo ideologico… C’è una manovra a tenaglia, che indebolisce l’insieme del sindacalismo italiano, in quanto lo rende o subalterno o impotente… La Cisl e la Uil sembrano guidate da un realismo pessimista e rassegnato, e in sostanza si adattano a questa manovra, sperando forse di ottenere una legittimazione che le rafforzi nel prossimo futuro. È un calcolo azzardato, ma possibile, anche perché questa condizione di passività e di rassegnazione caratterizza gran parte della società italiana. La Cgil ha deciso di sottrarsi a questo gioco, di mettersi di traverso… In questa logica, non c’è un sindacato vincente e uno perdente, ma c’è una generale disfatta…”.

Gli angeli precari della nostra salute

Sono quelli incaricati di far progredire cure e medicine per la nostra salute, ovvero la ricerca scientifica dentro il servizio sanitario nazionale. Lavorano in strutture importanti come l’Istituto dei tumori di Milano e l’Istituto Gaslini di Genova. Ovverosia i diciotto IRCCS (Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico). Sono in gran parte precari e hanno dato vita ad un sito: www.precariirccs.org.

Rappresentano 2.500 ricercatori senza posto fisso e con stipendi non oltre i due mila euro. Hanno mandato, via Internet, una missiva a Renato Brunetta. il ministro che ha contato i precari pubblici sostenendo che in definitiva sono pochissimi ma dimenticandosi, per esempio, proprio di loro. Un censimento, hanno scritto, che ha escluso i lavoratori con contratti Co.Co.Co. e a progetto, le borse di studio, le notule, le partite IVA, i contratti di somministrazione. Così un grande numero di lavoratori sono cancellati e allontanati dai percorsi di stabilizzazione-assunzione. Senza tener conto del merito e della “quotidiana dimostrazione di saper fare il proprio lavoro”.

Nel sito dell’IRCCS compare anche una testimonianza pubblicata da “Il Sole-24 ore”. E’ firmata da Luca Roz. Lavora all’Unità di citogenetica e citogenetica molecolare, dipartimento di oncologia sperimentale presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Racconta una lunga e brillante carriera professionale. Ha 39 anni ed è rimasto precario.

Parla della fuga dei cervelli ma quella che ha visto troppe volte è un'altra fuga: “quella di cui nessuno parla, la fuga verso altri mestieri, rinunciando alla propria passione e privando la ricerca del proprio talento, per poter aver un po’ più di sicurezza… Non è facile convincere una banca a erogarti un mutuo con la busta paga su cui c’è scritto: borsista”. Lui non si lamenta per quel che ha avuto.

E conclude: “Adesso ho 39 anni, sono sposato e ho due figlie stupende. Sono sempre precario, ma sempre appassionato del mio lavoro in cui credo. Oggi va bene, e domani?”. Davvero viviamo in tempi incerti. Persino per gli scienziati e non solo per metalmeccanici ed edili. Eppure queste non sono problemi importanti per i nostri governanti tutti intenti a discutere su come cambiare la bandiera italiana o l'inno o altre sciocchezze del genere.

martedì, luglio 28, 2009

Un autunno d'assedio a Palazzo Chigi

Arriva il generale agosto, arrivano per molti le vacanze, ma la crisi rimane. Rimane per quelli che hanno ancora un lavoro e che vanno in ferie col magone, la paura di ritrovare, al ritorno, la fabbrica sbarrata. Per quelli che già sono in cassa integrazione. Per i precari che non vanno nemmeno in cassa integrazione.

Tutti insieme si ritroveranno a settembre a chiedere al governo di aprire gli occhi. E’ l’impegno ultimo della Cgil che annuncia la necessità di una mobilitazione seria. Sarà una delusione per qualcuno che ha interpretato il “faccia a faccia” di Chianciano, tra Epifani e Tremonti, nel corso della Conferenza di programma confederale, solo come un abbraccio affettuoso tra il ministro dell’economia e il maggior sindacato italiano. Come un’inedita alleanza.

E’ sfuggito il fatto che si è trattato, semmai, di una prova, certo insolita in questi tempi, di reciproco rispetto. Chi come il sottoscritto ha seguito l’incontro attraverso il prezioso ausilio di Radio Articolo Uno ha compreso bene come quella occasione fosse la dimostrazione lampante che la Cgil non rifiuta il confronto, la trattativa, la concertazione. Il problema è che questa possibilità è stata sempre negata. Nessuno ha potuto seguire nei mesi della crisi l’evolversi di un negoziato, di opposte posizioni tra sindacati e governo, anche attraverso il mutamento delle diverse proposte.

Abbiamo avuto l’annuncio di una qualche misura, magari accolta con discreto favore da Cisl e Uil e criticata assai dalla Cgil. Ma non c’è stato un fecondo, visibile rapporto dialettico sui contenuti. Quello che si è sentito invece a Chianciano, anche se non è giunto a uno sbocco concreto.

Sarà possibile riprendere un tale metodo, nei tavoli appropriati, a settembre? Bisognerebbe che gli interlocutori non avessero in mente – com’è stato nel passato - solo la voglia di umiliare la Cgil, magari cercando di strappare in anteprima, sottobanco, il favore di Cisl e Uil. Una divisione sindacale che sembra non arrestarsi. Come testimonia l’inizio polemico delle trattative per il contratto dei metalmeccanici, nonchè l’intesa separata per gli artigiani.

Eppure Epifani, sempre a Chianciano non ha rinunciato ad auspicare una ripresa dei rapporti unitari facendo leva su tre esempi significativi: accordo Fincantieri, contratto del commercio, alcuni contratti pubblici. Tre vicende di divisione profonda. Ma è stato possibile ricucire i rapporti, rivedendo alcuni aspetti.

Una premessa per ottenere ora una svolta nelle politiche atte a fronteggiare la crisi. Sarà la carta dell’autunno, accompagnata dalla necessaria mobilitazione? Sapendo che mobilitazione non vuol dire solo scioperi ma magari assediare questo governo con mille instancabili iniziative. Come quella, (accennata da Epifani), di cartelli e picchetti davanti a Palazzo Chigi, con un memento quotidiano sui dati della crisi e delle sue vittime.

mercoledì, luglio 22, 2009

Quando l'architetto è precario

Mi è capitato di partecipare a Pisa, in un’affollata libreria, a una discussione che prendeva lo spunto da un libro. Era il volume di cui ho già parlato in questa rubrica, “Ansia di prestazione” di Alessandra Delogu Santangelo. L’incontro era però caratterizzato dalla introduzione di due giovani donne architetto. Una, Claudia Niccolini segretario dell’Ordine degli architetti di Pisa, l’altra, Patrizia Bongiovanni, architetto e consigliere comunale per il Pd.

Entrambe reduci da esperienze di lavoro instabili, precarie. Le loro testimonianze raccontavano di un mondo non certo dorato, come si potrebbe credere, dove spesso invano si aggira una folla di giovani dalla carriera difficile. Con le statistiche che danno conto di una realtà contraddittoria. Con l’Istat che segnala, per esempio, un 80 per cento di laureati che dopo qualche anno dalla laurea troverebbero lavoro. Segnalando, però, che ben il 60 per cento di costoro denuncia la propria insoddisfazione lavorativa.

La verità è che gran parte di questi giovani architetti è catalogata nel popolo delle partite Iva. Appaiono come lavoratori auto-imprenditori ma che spesso girano a vuoto, restano inoccupati. Così nel dibattito in libreria si confrontano vivacemente tesi diverse tra che vorrebbe processare un’intera “classe politica” e chi vorrebbe battersi per una flessibilità senza sofferenza, rassicurante. Quel che colpisce, in questa calda serata pisana, è la voglia di partecipazione, una passione in cerca di luoghi in cui esprimersi.

Il mondo precario degli architetti trova spazio del resto anche in Internet. Dove si trovano testimonianze come questa: “Laurea nel 2005, Politecnico Milano. Esame di stato subito. Lavoro a settembre unica progettista in uno studio retto da titolare alcolizzata che era sempre a spasso (il progetto, notevole per un'amministrazione pubblica, l'ho fatto tutto da sola, colmando le mie lacune su web o in biblio.. ovviamente il mio nome poi non risultava nemmeno come collaboratrice..), in nero a 800 euro al mese, 40 ore settimanali, obbligata ad andare a lavorare il giorno di Natale (mi sono data malata, ma vaffan…!), senza malattia o ferie, con ogni ultimo del mese la scusa per non pagarmi il dovuto ma sempre almeno 200 euro in meno…Ci avevano prospettato un futuro radioso che non esiste. Ma questo non è il peggio. Il peggio è mantenere la schizofrenica spocchia del professionista nel corpo dello schiavo soprattutto quando sembriamo ancor peggio degli schiavi e dei cavalli, che almeno vengono nutriti e curati fino alla morte. Noi invece veniamo utilizzati fino a quando serviamo e siamo passibili di essere sostituiti in qualsiasi momento…”. Parole dure, espressione di una generazione che non trova pace.

lunedì, luglio 13, 2009

I governanti e l'allarme del pontefice

Ha detto parole chiare Papa Benedetto XVI sul popolo dei flessibili e sul lavoro in generale. Ha parlato di “forme d’instabilità psicologica”, addirittura di “situazioni di degrado umano, oltre che di spreco sociale”. Ha sostenuto che l’estromissione dal lavoro per lungo tempo, provoca “forti sofferenze sul piano psicologico e spirituale”. Ha lanciato così un monito ai “governanti” chiamati a gestire la crisi che ancora imperversa nel mondo. Ha detto loro che “il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l'uomo, la persona, nella sua integrità”.
I governanti italiani hanno risposto per bocca del ministro Maurizio Sacconi con qualche spudoratezza sostenendo, in sostanza, che l’Enciclica non fa che ricalcare le cose scritte nel libro bianco redatto dal medesimo Sacconi. Un altro ministro, Renato Brunetta, non ha rivendicato una tale supremazia ma è probabile che abbia arruolato anche il papa tra coloro che gli fanno venire l’orticaria insistendo sempre sul fenomeno dei precari.

Per loro, insomma, tutto va bene e non c’è bisogno nè di leggi né di encicliche. E’ la ventata di ottimismo che piace al centrodestra e al Tg1 e che traspare anche da una recente indagine Doxa-Unicredit condotta tra i giovani dai 18 ai 30 anni. I nuovi precari starebbero, infatti, ormai adeguandosi alla nuova situazione lavorativa (per modo di dire). Lo ha scritto “Conquiste del lavoro”, il quotidiano della Cisl che ha interpellato gli autori dell’indagine: "Sembrano essere diventati (i giovani) più intraprendenti, si rimboccano le maniche per affrontare un contesto economico complesso". Cominciano a rassegnarsi all'idea di essere una generazione condannata a "ricostruire".

Seguono una serie di dati consolanti. Certo il 60% di loro si affida ai genitori per mantenersi. Però un giovane su tre lavora per concorrere alle proprie spese mentre uno su dieci è completamente autosufficiente. Non solo, piove ottimismo anche sulle possibilità di lavoro: “A un anno dalla laurea quasi due under 30 su tre trovano lavoro a tempo pieno”. Anche se, si ammette, tale lavoro spesso è precario. Comunque addirittura “la metà dei giovani hanno un contratto a tempo indeterminato”: Il 50% degli altri si colloca tra tempo determinato (23%), lavoro autonomo (21%) e nero (5%).

Cifre che in definitiva servono a far dire che la crisi non è poi quella dipinta da altre statistiche, da pregiati istituti internazionali. E a questo punto non si dovrebbe capire nemmeno l’allarme del Pontefice. Qui, secondo gli ottimisti ad oltranza, non saremmo affatto davanti a forme di degrado umano e di spreco sociale. Il mercato del lavoro va bene così com’è e la sera per tranquillizzarsi basta rileggere il libro bianco di Sacconi.











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lunedì, luglio 06, 2009

Il dietrofront di Brunetta

Dovevano andare incontro a un’estate indimenticabile. Un’estate da disoccupati. La data pesava come una mannaia. Il primo luglio scadevano i loro contratti precari. Il centrodestra pareva irremovibile: dovevano andarsene dal posto pubblico perché non in possesso del certificato offerto da adeguato concorso. I sindacati lanciavano l’allarme per quell’esercito di donne e uomini -­ chi diceva sessantamila e chi quindicimila ­- presenti nei vari uffici pubblici, spesso da anni in servizio.

Gente che era stata immessa nel lavoro, in quel modo precario, a causa del blocco delle assunzioni, ma che era servita a far funzionare l’arrugginita macchina statale. Ora tutti costoro, malgrado la professionalità acquisita, rimanevano in bilico, minacciati di licenziamento, con grave danno per la macchina pubblica.

Aveva detto il ministro Renato Brunetta meno di un mese fa, tanto per fare un esempio, al Resto del Carlino: «Finché ci sono io, i precari dovranno fare i concorsi per essere assunti, e non ci sarà alcuna stabilizzazione». E aveva commentato il quotidiano: «Addio sogni di gloria dunque per chi pensa di poter arrivare a un contratto indeterminato dopo aver fatto la gavetta come precario».

Tuoni e fulmini per una categoria, i precari, troppo vezzeggiata dai mass media secondo sempre il ministro. Ma ecco il dietrofront, proprio alla vigilia della data fatidica, cioè del primo luglio. Ha scritto "Il Giornale" che è un foglio filo-governativo: «Non è un’assunzione automatica, perché non si può fare. Ma per 15mila precari della pubblica amministrazione si apre una corsia preferenziale che li potrebbe portare al posto fisso nel pubblico». Una capriola, una piroetta.

Con la solita tradizionale veemenza il ministro la nega e accusa i sindacati, in particolare la Cgil, di mentire perché nessuno aveva in mente il ricorso ai licenziamenti di massa. Ma se le cose stanno così perché ha lasciato che crescessero le paure, perché non ha annunciato da subito l’intenzione di non lasciare a casa migliaia di persone, di voler rinviare il tutto almeno al 2010? Perché non ha chiarito a tutto il mondo che avrebbe trovato il modo per portarle, come scrive Il Giornale, al posto fisso?

Fatto sta che almeno per i precari pubblici sarà un’estate meno inquietante. Per gli altri, lasciati già a casa dalla crisi, resta la «mancia» del governo cui solo una minoranza ha finora ricorso forse per le necessarie procedure farraginose previste. Ennesima testimonianza di un disagio che alimenta molti dibattiti. La soluzione più di moda, anche a sinistra, riguarda una suddivisione di tutele e diritti nel mondo del lavoro. I cosiddetti «garantiti», con posto fisso, sia pure traballante, chiamati a salvare i fratelli più disgraziati. Mai che si chiamino in causa altri soggetti sociali, altri interessi ben più potenti.

lunedì, giugno 29, 2009

La vera eredità di Luciano Lama

Le cronache sono tornate a parlare di Luciano Lama, un indimenticabile dirigente sindacale. L’occasione è stata data da un libro “Razza di comunista” (Editori Riuniti). L’autore, il giornalista Giancarlo Feliziani, ha ricostruito con abilità gli aspetti umani del personaggio anche attraverso le belle testimonianze delle figlie Rossella e Claudia nonché di molti tra coloro che lo hanno conosciuto.

Meno convincente, anzi discutibile, la parte politica. La tesi, in definitiva, è quella di un “perdente di successo”, osteggiato, nel corso della sua esistenza, non dalla Confindustria o da governi poco inclini a recepire le rivendicazioni del mondo del lavoro. No, gli avversari si sarebbero annidati soprattutto nel Partito comunista, con Enrico Berlinguer in testa. Nonché tra i comunisti presenti nella Cgil.

Ora nessuno può negare che Lama abbia incontrato nella sinistra dell’epoca difficoltà e incomprensioni. Non si può però nemmeno ignorare come Lama le abbia affrontate e spesso risolte. Basti ricordare, per fare un esempio, la sua decisione di far propria la scelta cara ai metalmeccanici di Bruno Trentin, a favore della nascita dei delegati e Consigli di fabbrica come struttura portante del sindacato. Scelta invisa da una parte della Cgil e del Pci.

Sono stati del resto Guglielmo Epifani e Massimo D’Alema (oltre a Carlo Ghezzi e Agostino Megale) nel corso di un dibattito dedicato al libro, a riequilibrare il “bilancio” del discepolo di Giuseppe Di Vittorio. Se l’Italia è cambiata, nel corso dei tumultuosi anni Sessanta-Settanta, lo si deve anche alla sua capacità di guida della Cgil e di un movimento riformatore imponente.

Sono i tempi di riforme sociali come la riforma sanitaria, come la riforma dei rapporti di lavoro nell’autunno caldo. Il sindacato allora innestò un motore democratico che contaminò le scuole, i quartieri ed emerse con vigore nella lotta contro il terrorismo. Un ruolo che oggi Cgil e Cisl e Uil, di fronte ai pericolosi scarti della politica e alla sfiducia dilagante, potrebbero riprendere, come ha suggerito D’Alema. Sarebbe il modo migliore per rispondere a quella passione unitaria che era il tratto distintivo di Luciano, così evidenziato da Franco Marini in questo stesso dibattito.

Certo sta anche qui l’eredità di Lama. L’unità, però, non fine a se stessa, bensì per cambiare, per dare risposte alle attese del mondo del lavoro. Ed è singolare come invece certe letture comuni tra estrema sinistra e destra (o centro), tendano a dipingerlo solo come un dirigente responsabile intento alle cosiddette “compatibilità” e alla moderazione salariale. Una visione di comodo, deformante che sfigura il ricordo di un combattente. Un leader che sapeva parlare e battersi per uguaglianza, libertà, democrazia, sviluppo, conoscenza, giustizia, salute, pace. Valori magari non imprigionati in un’ideologia ma da tradurre in fatti e “da consegnare ai giovani d’oggi”, come ebbe a dire in un altro libro curato da Pasquale Cascella: “Cari compagni”.

lunedì, giugno 22, 2009

Perché protestano i Co.co.co. del Parlamento

Un piccolo esercito silenzioso, clandestino. Non sono le donne e gli uomini di colore intenti alla raccolta di pomodori nelle pianure meridionali. Sono bianchi, colti, affermati che tutti i giorni nella capitale, operano nel cuore della democrazia, ovverosia il Parlamento. Sono i cosiddetti “assistenti” dei parlamentari per i quali qualcuno ha inventato il termine spregiativo di “portaborse”.

A dire il vero organizzano l’attività primaria del deputato, magari lavorando fino a 12 ore al giorno, magari guadagnando 500 Euro al mese. Spesso con contratti a progetto. Spesso, però, senza contratti di ogni sorta, godendo di una semplice mancia sottobanco. Lavoratori in nero, insomma, come i tanti clandestini extracomunitari. Sembra incredibile ma la piaga del lavoro nero si annida proprio nelle cattedrali che dovrebbero essere bastioni della legalità. Uno scandalo affrontato da tempo e mai risolto. E’ arrivato perfino in Tv, non nei telegiornali ufficiali, certo, ma in un video delle Jene. Hanno così proiettato interviste d’individui incappucciati: non potevano farsi riconoscere per paura di perdere il posto.

Sono nati due organismi nel tentativo di dare uno sbocco alla protesta.
Il primo di tali organismi si chiama “Cocoparl” ed è coordinato da Giorgia D'Errico, l’assistente di Cesare Damiano, già ministro del lavoro nel governo Prodi. Hanno aderito 44 assistenti di deputati e senatori del Pd, dell’Udc e di Idv. L’ altro organismo si chiama “Ancoparl” ed è sorto tra gli assistenti di Pdl e Lega, per iniziativa di Francesco Comellini, assistente di Giuliano Cazzola.

Tutti e due i gruppi non intendono avere, però, steccati partitici. E sono annunciate proposte concrete per risolvere i vari problemi. Anche perché molti di loro rischiano di essere estromessi dal primo luglio, a meno che non dimostrino di possedere regolare contratto di lavoro. Il rischio è che così si proceda semplicemente al licenziamento in tronco. Hanno scritto “Sarebbe come pretendere di combattere la povertà eliminando fisicamente i poveri”.

La soluzione potrebbe invece essere quella adottata al Parlamento Europeo. Con il deputato che ha a disposizione dei fondi vincolati, destinati cioè all’assunzione di collaboratori. Oggi anche i parlamentari italiani hanno a disposizione dei fondi (ogni mese 4.678 euro al Senato e 4.190 alla Camera). Ma poiché manca un “vincolo” non sempre sono investiti nei contratti degli assistenti. Il singolo deputato, sfuggendo ai controlli, risparmia, pagando in nero l’opera svolta dai collaboratori. Ma non risparmia il Parlamento, non risparmia il Paese. Il fatto più grave, ripeto, è che tutto questo possa accadere in sedi prestigiose. Da qui dovrebbe partire l’”esempio” per tutto il Paese. Ovverosia non solo il monito a non rubare, a rispettare le leggi.

giovedì, giugno 18, 2009

I contratti e il salario che divide

L’allarme economico reiterato dall’Ocse è connesso a un drammatico allarme sociale. L’occupazione cede e le retribuzioni sono bloccate (uno spostamento dello 0,1% nell’ultimo trimestre). I giornali danno risalto a “esempi” come quelli della British Air dove si chiede ai lavoratori la rinuncia a un mese di salario. E’ la linea della sospensione della paga. Non si invoca tanto in Italia: semmai si punta sulla moderazione salariale, come se da qui passasse una spinta all’economia e ai consumi. E sembra che proprio su questo aspetto si possa fondare l’imminente scontro sui rinnovi dei contratti.

Qui tutto parte dal nuovo sistema concordato dalla Confindustria solo con Cisl e Uil. Uno dei primi appuntamenti interessa i metalmeccanici. Sembrava che si potesse raggiungere una specie di compromesso sindacale unitario teso a risolvere la sola partita salariale, per rinviare il resto al futuro. Non è andata così. Forse anche sotto l’influsso di un documento riservato della Confindustria teso a rivendicare una stretta osservanza agli accordi presi, negando ogni autonomia alle categorie. Fatto sta che ci saranno due piattaforme: una Fiom e una Fim-Uilm. Queste ultime rivendicheranno un aumento di 113 euro in tre anni (nonché un fondo di solidarietà per i lavoratori vittime della crisi).

Susanna Camusso (Cgil) ha ricordato che l’ultimo contratto aveva ottenuto 127 Euro in trenta mesi. E sembra difficile immaginare aumenti integrativi azienda per azienda.

La questione salariale del resto sembra coinvolgere anche categorie dove permangono solidi i legami unitari. E’ il caso dei lavoratori elettrici. Alberto Morselli e Carlo De Masi, dirigenti dei sindacati di categoria, hanno spiegato i dissensi in interviste al “Diario del lavoro” (quotidiano on line).

Esce da questi testi la fiducia della Cisl – già affermata al Congresso – in una prioritaria richiesta riferita agli organismi di “partecipazione”. Il salario verrà dopo. Ed è probabile che simili scenari possano attecchire in altri comparti (vedi alimentaristi, tessili, chimici, edili) dove sembrava possibile una piattaforma unitaria. Mentre rimane diversa la situazione tra i sindacati dell’industria alimentare che procedono per ora senza intoppi verso lo sbocco contrattuale, reso più facile anche dalle condizioni del settore. Del resto anche nel settore pubblico è stato appena siglato il contratto per i lavoratori degli enti locali. Altrettanto nella sanità dove invece un incredibile Renato Brunetta si oppone vigorosamente alla firma unitaria. Esempi che dimostrano come la Cgil ricerchi le intese mentre altri puntano sulla spaccatura.

La scelta di porre in qualche modo un freno alle spinte salariali è spiegata, specie in casa Cisl, con l’esigenza di soddisfare (oltre alle voglie di partecipazione), le richieste dei non garantiti, i precari, i circa due milioni che non hanno protezione e non sono riconosciuti da Silvio Berlusconi. Ha detto un segretario della Fim-Cisl, Marco Bentivogli, che costoro hanno il problema della prima e non della quarta settimana. Verissimo. Ma come mutare questo stato di cose? Sarebbe necessaria, come in altri tempi, una mobilitazione straordinaria dell’intero Paese. Non il sacrificio temporaneo dei salariati fissi.

mercoledì, giugno 10, 2009

Non solo giustizia per i morti sul lavoro

Certi facili entusiasmi possono far venire i brividi. Come nel caso della soddisfazione espressa per via delle statistiche del 2008 relative a una decrescita dei morti sul lavoro pari all’otto per cento. Leggo sul “Sole 24 ore” che ci sarebbero state 1.002 vittime nell'industria e nei servizi. Cui aggiungere, però , altre 120 nell’agricoltura. “Solo” millecentoventidue morti, dunque. Un calo dovuto in larga misura alla campagna incessante, fatta propria da molti mass media e istituzioni, a cominciare dalla presidenza della Repubblica. Un calo frutto anche dei provvedimenti governativi varati dal centrosinistra e rallentati dal centrodestra e che, comunque, sono serviti a scoraggiare imprenditori spesso pronti a liberarsi dalle pastoie delle misure di sicurezza.

Ora leggiamo che la Confindustria vara una mostra itinerante intitolata “Produciamo la sicurezza” dedicata ai bambini perché imparino subito a proteggersi dai futuri lavori. Ma perché la stessa Confindustria si ostina a premere sul governo amico affinché riduca le sanzioni previste dal centrosinistra? Eppure la sola minaccia di sanzioni sembra aver prodotto risultati nei confronti di imprenditori che spesso affrontano con faciloneria i problemi della tutela operaia. Non per cattiveria, ma semplicemente perché così si risparmia. Investire in sicurezza ha dei costi immediati (risparmi nei tempi lunghi).

E ci sarebbe da calcolare il terribile costo per le famiglie dei familiari. Ho letto, tramite il suggerimento dell’indefesso Marco Bazzoni (Operaio metalmeccanico e Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza) una lettera di Graziella Marota, la mamma di Andrea Gagliardoni, un giovane che a 23 anni, il 20 giugno del 2006, è stato stroncato mentre lavorava all’Asoplast, azienda dell’indotto Merloni. Una mamma che dopo gli otto mesi di condizionale con la sospensione della pena, emessi nei confronti del titolare della fabbrica non si da pace. Un verdetto vissuto come un atto di scarsa giustizia.

Graziella e altri hanno anche promosso un sito www.associazioneproandrea.it. Ora ha diffuso una lettera in cui rievoca la figura del figlio che voleva imparare a suonare la tromba, ma non ha fatto in tempo. Lei parla di una “sconfitta dolorosa” qui come nelle tante tragedie sul lavoro (Umbria-Oli, Molfetta, Thyssenkrupp, Mineo), una via Crucis quotidiana. Così tutto rischia di finire nel dimenticatoio, mentre non si promuovono “ronde per la sicurezza”.

Un grido di dolore quello di Graziella che avrebbe voluto una punizione ben più dura, esemplare per i responsabili di quell’omicidio colposo che ha stroncato il figlio. E’ comprensibile tanta ira, la sete di giustizia. Eppure la gusta caccia ai colpevoli non potrà far rivivere Andrea e i tanti come lui. Potrebbe appagare per un attimo sentimenti profondi. Quello che però bisognerebbe sradicare sono le colpe del futuro, le cause delle morti, imponendo tutti i mezzi possibili atti a proteggere le persone, impedire i sacrifici umani di nuovi Andrea. Dando innanzitutto ruolo e potere, partecipazione vera, al mondo del lavoro e ai suoi rappresentanti. Senza deleghe. Ha scritto una ragazza, Laura, un’altra figlia di un operaio caduto sul lavoro: “Spero che questa mattanza finisca e che si torni a lavorare con il piacere di farlo e non con la paura di non tornare a casa”.

lunedì, giugno 08, 2009

Il “rosso antico” di Napoli e Taranto

C'era una volta il Pci, un partito molto intento a basare la propria rappresentanza e i propri programmi sui temi del lavoro. Con una ramificata presenza fatta di sezioni e di cellule. Era un modo per costruire un legame solido con operai, impiegati, tecnici, ma anche con i lavoratori stagionali e precari dell’epoca. Un’epoca lontana che oggi rivive nelle memorie, nelle ricerche storiche.

Sono così apparse di recente due testimonianze interessanti. Una è dedicata all'Ilva di Taranto, l'altra a una esperienza in due sezioni di Napoli negli anni cinquanta. L'autore di questo secondo “resoconto” è Ettore Combattente. E’ una specie di autobiografia di un uomo che ha trascorso la sua lunga esistenza nel crogiolo di lotte e conquiste, come dirigente politico e come dirigente della Cgil.

Il volume “Rosso antico, memorie di vita, di sezione e di sindacato” (edizioni Liberetà), introdotto da una bella prefazione di Biagio De Giovanni, è un tuffo nel passato (gli anni 50) ma anche nel presente. Ettore Combattente porta non a caso quel cognome che riassume bene la sua impronta di vita. E’ in definitiva la storia di un “riformista” della prima ora sempre intento a lottare per “portare a casa” risultati, ma senza peli sulla lingua nei confronti di chi considera nella sinistra succube di visioni sbagliate. Magari tagliando un po’ con l’accetta le varie posizioni tra ingraiani e amendoliani, massimalisti e miglioristi senza rendersi conto che sovente si agitano nella stessa persona (magari in lui medesimo) anime contrapposte.

Il suo avvincente racconto permette ad ogni modo d’incontrare vicende e personaggi da Napolitano a Chiaromonte, da Silvano Ridi a Nando Morra, a Edoardo Guarino protagonisti d’importanti battaglie meridionali. Dentro una visione che cerca di unire la lotta per la fontanella nel quartiere disastrato a ideali più grandi.

E’, in definitiva, lo stesso orizzonte che fa da sottofondo alle esperienze raccontate nel secondo volume. E’ un “Quaderno” dedicato alla sezione intitolata a Lenin nata nel 1973 dentro l’Italsider-Ilva di Taranto e proseguita fino al 1990. Qui gli autori sono operai e impiegati della grande fabbrica siderurgica che testimoniano l’impegno per questioni anche minute del lavoro, unite a quelle più ambiziose dipanate nelle “Conferenze di produzione”.

Certo oggi, come spiega Piero Di Siena nella postfazione, Taranto non è più la “città operaia” di una volta, diventa la città “plebea” dove nasce il fenomeno Cito. E’ cresciuta però, nello stesso tempo, una realtà di lavoro diversificata (come col call center di Teleperformance). E l’interrogativo che nasce da queste memorie riguarda un possibile rinnovato ruolo della sinistra, un ritorno al lavoro come radice della propria presenza.

martedì, giugno 02, 2009

In un film la furia di Trentin

“Con la furia di un ragazzo”. E’ il bel titolo che il regista Franco Giraldi ha voluto dare al suo film-intervista dedicato a Bruno Trentin e che sarà presentato il 4 giugno alla casa del cinema di Roma. Un titolo che dice bene le caratteristiche dello scomparso segretario generale della Cgil. Mantenute nel corso della lunga esistenza, sia quando adolescente partecipa alle prime azioni antifasciste nella terra francese dove il padre è esule, sia da partigiano in Italia, sia più tardi come dirigente dei metalmeccanici e poi della Confederazione.

Chi l’ha conosciuto bene – operai, militanti sindacali, dirigenti politici, cronisti – può ricordare perfettamente quella “furia” implacabile, fatta di argomentazioni serrate. E’ la capacità di esprimere un’indignazione vibrante, anche quando parla agli industriali dell’autunno caldo, oppure quando, nelle assemblee infuocate, spiega il valore di conquiste come il diritto all’assemblea in fabbrica o difende il valore del “salario di qualifica” contro le teorie degli aumenti eguali per tutti. Ed è così, quando negli anni Novanta prende di petto l’esitazione di una buona parte del “suo” sindacato, a proposito dell’accordo che pone le basi di un nuovo sistema contrattuale concordato sotto l’egida di Carlo Azeglio Ciampi. O quando accusa senza diplomazie la sinistra politica di non sapere credere e impegnarsi in un progetto per il lavoro.

Franco Giraldi ha raccontato tutto questo nel film. La base è una lunghissima intervista (10 ore) organizzata dal regista nel 1998. Ha enucleato i principali passaggi, li ha mescolati sapientemente con sequenze dell’epoca. Ed ecco l’opera prodotta dalla Fondazione Giuseppe Di Vittorio, Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, Vivo film. Ne è scaturita una narrazione seria e coinvolgente insieme. Il protagonista, sullo sfondo delle Dolomiti dove trascorre la vacanza estiva, ma anche sulla pista del Lingotto a Torino, mescola i ricordi personali, quella esistenza movimentata, tra Francia e Italia, a riflessioni politico- sindacali di grande attualità. Una specie di “lezione”, il “testamento” di un uomo che ha creduto fermamente nella possibilità di dare al mondo del lavoro, anche nei suoi incessanti mutamenti, un ruolo non subalterno.

Il film di Giraldi è un po’, così, il proseguimento e il compimento di un primo film dedicato a Trentin “Il senso della lotta” di Silvano Agosti. Dove l’interesse era puntato in modo particolare sulle vicende dell’autunno caldo e non sull’intera vita del dirigente politico e sindacale.
E di tutto questo si parlerà nell’incontro che si terrà il 4 giugno, subito dopo la proiezione. Gli interlocutori, coordinati da Felice Laudadio saranno Pietro Ingrao, cui Trentin era legato da un antico vincolo umano e politico, Ugo Gregoretti (del quale sarà proiettato poi il documentario “Contratto”, voluto dallo stesso Trentin), Caterina D’Amico (RAI Cinema), Iginio Ariemma (Fondazione Giuseppe Di Vittorio). Mentre è annunciata la presenza di Marcelle Padovani e dei figli di Bruno, Antonella e Giorgio.

martedì, maggio 26, 2009

Se lavori solo 30 ore a settimana

Sono definite forme di sotto-occupazione. Riguardano quei contratti di breve, spesso brevissima durata, assai numerosi nell’esercito dei lavoratori atipici. Ben un terzo di costoro non lavora, infatti, più di 30 ore settimanali, mentre quasi il 18 per cento non supera le 20 ore settimanali. Lavoretti, insomma, all’insegna dell’instabilità, altro che periodi di prova per assodare le competenze acquisite da giovani e non più giovani.

I dati sono offerti nel volume “Un mercato del lavoro atipico, storia ed effetti della flessibilità in Italia” (Ediesse), curato, da Giovanna Altieri (Ires Cgil). E presentato nei giorni scorsi con interventi di Filomena Trizio (Nidil), Tito Boeri, Paolo Leon, Luigi Mariucci, Fulvio Fammoni. Nonchè - fatto significativo - i dirigenti dei sindacati atipici di Cisl e Uil.

Il volume è una ricostruzione accurata della crescita delle nuove forme di lavoro in Italia. Oggi saremmo di fronte, scrive l’Altieri, a 36 fattispecie contrattuali. Qualcun altro arriva a descriverne oltre 40. Un ex sindacalista come Aldo Amoretti ne ha contato, invece, «solo» venti. Troppe comunque e perciò è molto estesa ormai l’area di coloro che, come l’Altieri, concludono sulla necessità, più che del contratto unico, di una «semplificazione e razionalizzazione normativa».

È facile capire come ci sia stata nel passato una sorta d’ideologizzazione del concetto di flessibilità. Un elemento che risalta nell’interessante capitolo contenuto nel volume a cura di Rossella Basile, sotto il titolo «Mito e inganno. La rappresentazione della flessibilità del lavoro nel dibattito pubblico». La studiosa analizza libri, ma soprattutto due quotidiani “Il corriere della sera” e “La Repubblica”. E vede come negli anni novanta si sia dipanato una specie di filo rosso all’insegna dello slogan: «Flessibilità per liberare il lavoro, flessibilità per creare il lavoro».

Poi, anche dopo l’esperienza moltiplicatrice della legge 30, l’enfasi entusiasta muta assai. Si passa dall’annuncio di una flessibilità del lavoro necessaria, «a una prospettiva che rintraccia nella precarietà del lavoro l’interiorizzazione dell’insicurezza e il venir meno di una progettualità di lungo periodo». Insomma se all’inizio era la chimera della piena occupazione, ma anche la carta vincente nella sfida del just in time, oggi il tema si carica «del senso di smarrimento che connota chi vive questa condizione e chi sa di non poter dormire sugli allori».

Analisi e dati che confluiscono nel dibattito alimentato dalle proposte del cosiddetto «Contratto unico». Dibattito comunque utile, anche nelle diverse posizioni, purchè approdi a proposte capaci di aprire una qualche breccia nell esistenza del popolo dei flessibili. Quelli che oggi hanno certo l’orario ridottissimo, 20 ore a settimana. Accompagnato a una riduzione assoluta di diritti e tutele. Per non parlare delle loro future pensioni.

lunedì, maggio 25, 2009

Le nuove alleanze Cisl

Un congresso molto politico questo della Cisl. E non solo per gli interventi di autorevoli ministri del centrodestra come Giulio Tremonti e Maurizio Sacconi o della presidente della Confindustria Marcegaglia. Interventi-Eventi celebrati dai mass media come la nascita di un inusuale, affollato matrimonio. C’è anche chi ha cercato di coinvolgere nella fastosa cerimonia Guglielmo Epifani. Così si è potuto leggere, ad esempio sulle colonne di “Liberal”, senza alcuna ironia, che il ministro Sacconi si è rivolto al segretario della Cgil “addirittura senza insulti”. Certo qualcuno potrebbe accusare la stessa organizzazione di Epifani di avere dato spazio, nel suo ultimo congresso, a una sorta di alleanza con il presidente del Consiglio dell’epoca, Romano Prodi.

Solo che in quella occasione il consenso era costruito attorno ad un complessivo e ambizioso progetto sindacale dal titolo “Riprogettare il Paese”. Oggi quale è il progetto del centrodestra? Quello di promettere ai lavoratori, nel pieno di un dissesto economico inusitato, di partecipare agli utili delle imprese? Resta il fatto che comunque l’esperienza dovrebbe insegnare quanto sia importante il valore dell’unità e dell’autonomia.

E come non si possa chiedere al maggior sindacato italiano una specie di ritorno a Canossa sul famoso modello contrattuale. I rilievi specifici mossi da Epifani sui limiti della contrattazione aziendale e territoriale, sul nuovo indice d’inflazione, non possono essere accantonati giudicandoli inesistenti, come in sostanza ha fatto Raffaele Bonanni nelle conclusioni. Quel che però più indigna è la premessa esposta dal ministro Sacconi alla nuova scelta contrattuale accettata da Cisl e Uil. Tutto nascerebbe dall’accordo stipulato nel 1993 e che avrebbe portato alla decurtazione dei salari. Tutta colpa (parole del ministro in TV) della “borghesia cinica e referenziale”. Ovverosia Carlo Azeglio Ciampi, Bruno Trentin, Pietro Larizza, Sergio D’Antoni.

Una tesi infame ribadita in sostanza anche al Congresso Cisl senza che nessuno obiettasse. Magari spiegando che quell’accordo aveva permesso l’entrata nell’Unione Europea e che comunque l’indice d’inflazione avrebbe dovuto essere concordato con i sindacati che in caso contrario avrebbero potuto riprendersi la libertà d’azione. Osservazioni ribadite a lungo, inutilmente, da Bruno Trentin, quando era in vita.

Detto questo l’Assise Cisl apre qualche spiraglio che sarebbe bene valorizzare. Così sulla possibilità di un’iniziativa comune su un tema bruciante come il fisco (ma dove è finita la piattaforma già concordata unitariamente lo scorso anno?). Così sulle regole per la rappresentanza, svincolo cruciale per impedire fratture come quelle in corso. E’ il tema della democrazia nei sindacati. Quella che affida ai lavoratori il consenso più o meno maggioritario ad un’intesa, come quella sul modello contrattuale che rappresenta una specie di nuova Costituzione per i rapporti di lavoro.

Temi che se affrontati davvero rappresenteranno un passo avanti utile per tutti. La prospettiva è quella comunque di una prospettiva non breve, fatta di percorsi accidentati, tra sentieri impervi e rischi di trappole. Siamo – come ha efficacemente spiegato Guglielmo Epifani riscuotendo notevoli applausi dal Congresso Cisl – nel cuore di una crisi prepotente.

Non bastano sicuramente le descrizioni di quanto avviene, come ha voluto poi sottolineare il segretario della Uil Luigi Angeletti, intento a dileggiare chi solo critica mentre altri fanno accordi. Dimenticando che nel Paese si sono stipulati o si stanno stipulando migliaia di accordi. Con la Cgil, non senza. Per cercare almeno di limitare gli effetti della crisi. Per la società del lavoro che ci sarà domani. Per sapere se si è in grado di costruire un progetto sul futuro. Perchè tutto questo finora non è stato possibile con l’attuale governo? Forse perché la coalizione di centrodestra è affollata di quei “populisti” sui quali si era soffermato a lungo nella sua relazione congressuale Raffaele Bonanni. Senza però osare dare a quel termine, “populista”, un’identità, un volto.

lunedì, maggio 18, 2009

Bagarre sul contratto unico

C‘è un po’ di bagarre strumentale attorno alla Cgil. Tutto nasce non a proposito delle iniziative anticrisi e alla volontà del principale sindacato italiano di non mollare il proprio principale interesse e le iniziative del mondo del lavoro. Non a proposito dei rischi che un movimento di lotta non riesca ad essere guidato unitariamente, evitando violente provocazioni e forme di ribellismo esasperato (vedi quanto è successo per la la Fiat a Torino). La bagarre nasce in riferimento alla proposta di contratto unico cara a studiosi come Tito Boeri e Pietro Ichino. E alla “audience” che tale idea susciterebbe o meno nelle fila della Cgil.

Sono nate così, nei mass media, letture contrapposte. L’altro giorno, ad esempio, “Il Manifesto” commentava un autorevole intervento del segretario confederale Fulvio Fammoni, a un convegno sul lavoro precario, come una netta chiusura della Cgil su quel tema. Il “Corriere della sera”, invece, scriveva di netta apertura. E ieri uno degli studiosi tirati in ballo, Pietro Ichino, addirittura scriveva, sempre sul "Corriere", che la Cgil aveva di colpo posto fine al tabù sull’articolo 18.

Un’interpretazione che ha suscitato non lieve irritazione negli ambienti della segreteria del sindacato e nello stesso Guglielmo Epifani. Trattasi, infatti, di quella norma dello Statuto dei lavoratori già oggetto di forti battaglie e polemiche e ora rivisitata dalla proposta sul contratto unico.

La Cgil a dire il vero non ha ripudiato le proprie scelte del passato (sull’articolo 18 aveva addirittura aderito a un referendum). Come ha spiegato proprio Fulvio Fammoni nel suo intervento a quel citato convegno, la Cgil ha però avviato una riflessione sul tema di una necessaria riunificazione del mondo del lavoro. Fammoni non aveva così sposato le tesi di Boeri e Ichino. Aveva semmai avanzato una propria proposta tesa a ridurre a quattro-cinque le oltre 40 norme contrattuali che oggi affliggono il mondo del lavoro atipico e precario.

E aveva comunque annunciato che una scelta sarà precisata nei prossimi appuntamenti del sindacato. Come la prevista assemblea nazionale programmatica, preceduta da un incontro tra le Camere del lavoro. Sono appuntamenti che intrecciano alcune priorità, ovverosia le iniziative sulla crisi, al futuro confronto congressuale (2010). Un confronto già in qualche modo volutamente avviato con gli interventi (ospitati dal “Riformista”) di dirigenti come Nicoletta Rocchi, Carlo Podda, Fausto Durante, Mauro Guzzonato. Tutti molto aperti alle idee di Boeri-Ichino. E alla necessità di un ripensamento strategico. Occorre aggiungere che alcuni di loro si erano già distinti nella polemica sugli avvicendamenti decisi per la rinnovata segreteria confederale voluta da Guglielmo Epifani.

C’è poi dentro la Cgil l’ala guidata da Giorgio Cremaschi che vede ormai inesorabile la necessità di scegliere tra un modello di sindacato (quello del nuovo sistema contrattuale voluto da Cisl e Uil) e un altro modello alternativo. Senza possibilità di compromessi.

Una parola importante sul tema è poi giunta ieri da Tiziano Treu e Cesare Damiano. l due esponenti del Pd hanno chiarito come per loro “non si tratta di unificare i contratti come tali, ma di unificare trattamenti più ampi anche oltre l’ambito dei contratti”. Era l’orientamento, ricordano, della “carta dei diritti” presentata nel 2003. Un modo per non “mettere in discussione i diritti sanciti dallo Statuto dei lavoratori a partire dall’articolo 18”.

Resta il fatto che i vari spunti di discussione spingono alla ricerca di soluzioni anche transitorie per il mondo di atipici e precari. Un mondo che in sostanza non ha diritti: nemmeno quello di scioperare, nemmeno quello di essere licenziati con qualche motivo. Certo c’è la strada della “stabilizzazione”, qualche volta strappata come nel caso della sanità pubblica. Un successo importante, non sempre ripetibile, specie nel privato. E’ successo ad esempio che nella fabbrica metalmeccanica Global Garden di Castelfranco Veneto (Treviso) proprio l’altro giorno un accordo separato, con il no della Fiom, abbia punito i precari (in maggioranza immigrati) buttati fuori. Senza se e senza ma. Lasciando in salvo solo quelli del posto fisso.

Appello di ultrasessantenni: rottamateci

Hanno perso il lavoro anni fa e di colpo si sono trovati disoccupati “troppo giovani per andare in pensione e troppo vecchi per essere assunti da qualche datore di lavoro”. Sono tre uomini, Dionisio, Luciano, Mario disoccupati senza cassa integrazione. Hanno scritto all’”Unità” per raccontare la loro storia.

Non rappresentano un caso eccezionale: tanti sono nelle stesse condizioni. Fanno parte di quel popolo delle partite Iva di cui spesso si parla. Avevano intrapreso questa strada per poter fare qualche lavoretto, come la vendita porta a porta. Senza però poter scaricare alcuna spesa, raccontano, e costretti a pagare il commercialista per la denuncia dei redditi.

Non hanno mai superato i 4.000 euro l'anno. Si vergognano a rimanere a casa “non tanto per le nostre mogli che sanno del nostro dramma e ci comprendono, ma per i nostri figli che altrimenti ci considererebbero dei mantenuti e dei fannulloni”. Non possono nemmeno essere a carico delle mogli pensionate, perché superano i 2.840,51 Euro. Poiché sono titolari di partita Iva non possono chiedere nemmeno il bonus fiscale destinato a chi ha un basso reddito. Nè possono usufruire degli assegni familiari. Se fossero lavoratori dipendenti, le loro mogli potrebbero chiedere 50 euro al mese di assegno per il nucleo familiare. Non hanno, infine, copertura assicurativa e pensionistica.

Figure sociali moderne: né lavoratori autonomi perché non iscritti alla Camera di Commercio, né lavoratori dipendenti perché con partita IVA, né atipici, né interinali, né collaboratori a progetto o apprendisti. Ora la crisi acuisce i loro problemi. Leggono sui giornali del decreto anticrisi e degli ammortizzatori sociali destinati a tutti meno che a loro. Vorrebbero almeno essere rottamati. Ovverosia godere della rottamazione delle licenze annunciata a sostegno dei reddito di chi lavora nei settori del Commercio e Turismo, costretti a chiudere l’attività tre anni prima della pensione. Chiedono ai governanti di avere anche loro “la possibilità di rottamare la partita Iva e di potere andare in pensione tre anni prima; come viene concesso a chi ha un esercizio commerciale”.

Una testimonianza dal profondo del Paese dove certo albergano tante partite Iva, come ha raccontato una recente, interessante inchiesta del “Corriere della sera”. Un popolo dove si accavallano, però, esperienze diverse. Come questi ultrasessantenni imprenditori forzati. Avevano tentato quell’esperienza dopo la fine del posto fisso. “Per non morire di inedia e sentirci con un po’ di dignità”. Un tempo lavoratori dipendenti, oggi allo sbaraglio. E per giunta non esiste nemmeno il sindacato delle partite Iva.

mercoledì, maggio 13, 2009

La Cisl tra Epifani e Sacconi

“Lavorare meno lavorare tutti” era lo slogan coniato da Pierre Carniti , allora a capo della Cisl, negli anni Settanta. E che suscitò aspre opposizioni non solo nella destra benpensante ma anche nella sinistra. Ora, in tempo di crisi, è ritornato di moda e fatto proprio addirittura dall’Unione Europea. Come una ricetta atta a salvare i posti di lavoro riducendo gli orari.

Non è però al centro delle attenzioni della Cisl di Raffaele Bonanni che apre la prossima settimana il sedicesimo Congresso nazionale sotto la scritta ''Nel lavoro partecipazione e responsabilita''. Uno slogan che corrisponde ai connotati di sempre di questo sindacato. Un richiamo, quasi un monito che però non fa i conti con il fatto che viviamo tempi in cui le scelte e le decisioni vengono calate quasi sempre dall’alto, sulla testa del mondo del lavoro. In fondo anche il caso Fiat, pur alimentatore di speranze fondate, non rivela un coinvolgimento concreto delle rappresentanze sindacali. Parole come “concertazione” o “contrattazione” vengono vilipese e svuotate. E il confltto è considerato un atto di lesa maestà, un triste residuo del passato.

Narrano di questo i comportamenti di molte imprese e del governo italiano, come dimostrano anche le ultime sortite del ministro Renato Brunetta, intento a dirigere una sua rivoluzione che non ha bisogno degli interlocutori sindacali, anzi li spazza via.

Ma quale è lo stato di salute dell’organizzazione cara a Grandi e Pastore? Sono ormai lontani i tempi in cui c'era una specie di Cisl un po' duale, con una dialettica interna vivace, tra cattolici di sinistra e cattolici più moderati. Erano i tempi dei grandi partiti di massa come la Dc, il Pci, il Psi. La Cisl era gelosa della propria autonomia ma era anche solcata da simpatie politiche diverse. Era l’epoca di Bruno Storti e Luigi Macario, di Pierre Carniti e Franco Marini. Una tradizione duale che si rispecchiava nel segretario generale affiancato da un vice.

Uno schema presente, del resto, anche nella Cgil dove la caratteristica politica era più evidente, tra comunisti e socialisti. Una tradizione duale che si è protratta anche dopo lo sconquasso dei partiti e la nascita della cosiddetta seconda repubblica. Oggi Raffaele Bonanni nella Cisl regna sovrano. I cronisti sindacali un po' anziani forse ricordano con nostalgia i tempi lontani di quella dialettica vivace. Oggi, semmai, c'è da narrare di uno scontro con la Cgil presa spesso di mira, come unico ostacolo per le sorti progressive del Paese. Anche se in questi ultimi giorni Bonanni ha assunto toni diversi. E il Congresso, aperto all’intervento di Guglielmo Epifani, sarà una cartina di tornasole sulla possibilità o meno di considerare morta l’ipotesi unitaria.

I precongressi non hanno detto molto su questo terreno. Pur segnalando accordi unitari in categorie e territori (non solo a Bergamo), accanto ad ulteriori divisioni. E qualche volta s’intuisce la presenza di sommessi brontolii, magari nelle categorie industriali o tra i pensionati. Piccoli segnali che non trovano un’eco pubblica. Pesa un certo disagio di carattere politico. Le pagine di “Conquiste del lavoro”, il quotidiano dell'organizzazione, registrano spesso commenti frizzanti sulle sorti del Pd. Un trattamento non riservato ai protagonisti del Partito della libertà.

Certo non sono pochi nella Cisl coloro che credendo nel Pd vivono una sorta di smarrimento difficile da superare. Senza per questo sposare le cause berlusconiane (non a caso personaggi come Carniti, Marini, Pezzotta, D’Antoni, non hanno scelto il Pdl). Il Congresso, con la nutrita presenza di esponenti governativi (col ministro Sacconi posto maliziosamente a replicare all’intervento di Epifani), sarà anche qui una cartina di tornasole. Per vedere se prevarranno altre antiche bandiere della Cisl, come l’autonomia e la contrattazione. O l’illusione di partecipare davvero usufruendo delle risorse dei cosiddetti enti bilaterali. La speranza è che tutti capiscano che divisi i sindacati non mobilitano a sufficienza il mondo del lavoro, non determinano davvero una strategia innovativa, alimentano l’apatia e la sfiducia o il ricorso a ribellismi disperati, non conquistano risultati apprezzabili.

lunedì, maggio 11, 2009

Brunetta che schifa i precari

È quello che incita anche gli imprenditori privati ad approfittare della crisi. Per licenziare, per ridurre la forza lavoro nell’illusione di risparmiare. È lo Stato nei panni di Renato Brunetta. L’uomo a cui “fanno schifo” tutti quelli che parlano di lavoratori atipici, flessibili, precari.

Non gli fa schifo la loro condizione descritta in tanti libri e in tanti film, l’assenza, spesso, di diritti e di futuro. Gli fa schifo il fatto che se ne parli. Vorrebbe il silenzio. Soprattutto nel momento in cui si accinge a licenziare, appunto, 60 mila precari alle sue dipendenze, o, meglio, alle dipendenze dell’apparato pubblico. Non ne vuol sentir parlare.

Gli effetti li vedremo tra breve e saranno un danno per tutto il Paese. Perché quelli che si vorrebbero rimandare a casa, come ha denunciato il sindacato della Funzione Pubblica Cgil, non sono dei ragazzotti di bottega raccattati in qualche modo. Sono quasi sempre fior di professionisti spesso da anni in servizio nei Comuni, nelle Provincie, in innumerevoli Enti (a cominciare dalla Croce Rossa).

Sono quelli che contribuiscono a tenere in marcia la macchina statale dopo aver acquisito nella loro non breve esperienza competenze e saperi che oggi si vorrebbe gettare al vento. Hanno ricoperto vuoti negli organici, accontentandosi di contratti provvisori convinti che prima o poi sarebbe stata riconosciuta la loro condizione. Che succederà se fossero allontanati a luglio, come si minaccia di fare? Sarebbe un colpo per loro ma soprattutto proprio per quella macchina pubblica che già oggi mostra tante inefficienze malgrado le campagne propagandistiche del ministro.

È una vicenda che dovrebbe inquietare forze politiche e sindacati. Un’occasione verrà il 30 giugno, giorno dedicato ai precari, organizzato sempre dalla Funzione pubblica Cgil. Una giornata di denuncia, ma che potrebbe essere anche un momento di confronto sul da farsi.

E’ stata aperta in questi giorni una discussione sulla proposta di contratto unico avanzata da Tito Boeri e Pietro Ichino. Una proposta finalizzata a dotare anche i lavoratori che oggi non sono inquadrati in un contratto stabile, fatto di diritti e tutele.

Hanno avanzato aperture su tale ipotesi esponenti del Pd come il senatore Paolo Nerozzi e, nel sindacato, la segretaria confederale Nicoletta Rocchi e il segretario Fp-Cgil Carlo Podda. Un segnale viene anche dall’invito del Nidil-Cgil a una prossima iniziativa sul lavoro atipico rivolta proprio a Tito Boeri. Aperture che saranno motivo di dibattito in Cgil magari per correggere la proposta nel punto relativo alla revisione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Resta il fatto che il “contratto unico”, con le opportune revisioni, può risultare un terreno di utile confronto per uscire da una linea di pura resistenza.

lunedì, maggio 04, 2009

Spoon River per i caduti del lavoro

“Raccogliere la storia di chi non c’è più. Adottare una vita…”. Con queste parole due studiosi, Alessandro Casellato e Gilda Zazzara, hanno espresso l’intenzione di costruire una specie di “Spoon River” dedicato alle vittime del lavoro. Un susseguirsi di tragedie sconvolgenti anche se l’Inail e il ministro Sacconi, proprio in occasione del primo maggio, proclamano ottimismo per un decremento dei morti (“solo” 1200, forse, nel 2008).

E’ così nato un volume “Operai in croce, inchiesta sul lavoro malato” (Cierre edizioni), promosso da “Venetica”, la rivista degli Istituti per la storia della Resistenza veneta diretto da Mario Isnenghi.

L’estesa indagine pone in primo piano soprattutto una certa componente del lavoro atipico: “quelli che lavorano in nero o in modo precario, e che comunque stanno fuori dall’ombrello sindacale. Oppure quelli che hanno barattato la propria sicurezza in cambio di maggior salario…”. E diventa non solo un’inchiesta sui morti ma anche sui vivi, quelli rimasti. Una mappa dell’insicurezza sociale nel ricco nord dove “gli operai sono in croce, il lavoro è malato”. L’emblema, in copertina del libro, è la fotografia di una manifestazione a Porto Marghera con un Cristo operaio intubato, con tanto di maschera anti-gas sul volto.

Sono tante storie che si dipanano. Incontriamo i cantieri navali e le officine meccaniche di Venezia. Oppure la storia di Paul, invalido, colpito da una scarica di tremila volt mentre maneggiava cavi ad alta tensione. La storia di Anna moglie di Moris, falciato sul Ponte Cadore. Quella del rumeno Francisc Lorent, dilaniato da un apparecchio miscelatore. Quest’ultima è al centro di un diario sindacale scritto da Paolo Casanova Stua, un documento straordinario.

Chiude il volume un’intervista a Daniele Segre che col suo “Morire di lavoro” ha descritto “misfatti da guerra civile”. E in effetti lo scenario, nelle diverse pagine della ricerca, è quello di un mondo dove “Pietà l’è morta”, per immigrati, sfigati, apprendisti, dove girano droga e alcool per reggere “un lavoro e una vita di merda”. E i protagonisti, annotano gli autori, parlano come reduci, sopravvissuti, mutilati, vedove, orfani. Con le vittime che via via diventano invisibili, non godono nemmeno dei ricordi presenti sui cigli delle strade, quando un incidente stronca un’esistenza. Niente mazzi di fiori ai piedi dei palazzi appena costruiti oppure sotto un impianto o un macchinario che ha causato vittime.

Scaturisce dalla lunga narrazione un’inadeguatezza del sindacato che spesso “diventa cieco nel momento in cui il lavoratore esce dal ciclo produttivo”. Fa fatica a vederlo quando resta invalido per infortunio o malattia o vecchiaia: “ritiene di non poter fare più niente per lui”: Un problema sollevato dal recente seminario dello Spi Cgil dedicato proprio ai lavoratori maturi. A quelli come Francis, come Paul, come Moris, gli eroi della “Spoon River” veneta, moderno cimitero operaio.

martedì, aprile 28, 2009

I diritti dei lavoratori maturi

Una carta dei diritti per gli ultracinquantenni, una specie di statuto dei lavoratori “maturi”. E’ la proposta discussa ieri in un seminario voluto dallo Spi-Cgil, il potente sindacato dei pensionati. Tale carta sarà, come dice Carla Cantone, segretaria generale dello Spi, una specie di bussola per la contrattazione territoriale. Un modo per dare sostegno al cosiddetto “invecchiamento attivo”. Nei prossimi 40 anni le persone oltre i 64 anni passeranno dal 19,5% al 34,4, quelle oltre i 74 anni dal 9% al 21,3. Un esercito in crescita che non intende essere considerato un peso morto.

Tutto è partito da dieci anni di ricerche condotte dall’Ires-Cgil e raccolti in un prezioso volume curato da Anna Maria Mirabile “Vita attiva, I giovani anziani fra insicurezza e partecipazione” (Ediesse editore). Gli interlocutori, i protagonisti, sono quei lavoratori, 45-50enni, particolarmente colpiti, accanto ai giovani precari, da questa fase di crisi. Magari a suon di prepensionamenti mentre si discute di innalzamento dell’età pensionabile. O mentre si diramano offerte di lavoro che fissano a 35 anni il limite massimo per poter avere un posto. Una serie di situazioni diverse analizzate nell’introduzione al libro da Riccardo Terzi, Segretario dello Spi, che vede come unico sbocco ragionevole una grande flessibilità nelle soluzioni. Con obiettivi che puntano, in definitiva, ad un nuovo modello sociale.

La “carta dei diritti” cercherà di coinvolgere così pensionati e pensionandi, le vittime della crisi precipitate nel vuoto lavorativo, ma anche i tanti che cercano nel volontariato una ragione di esistenza fuggendo la passività e la solitudine. Con le tante problematiche che costoro sollevano e che toccano i temi del welfare e quelli dell’apprendimento permanente. Temi sviluppati negli interventi di Pier Giovanni Alleva, Laura Pennacchi, Gianni Geroldi e molti altri. Con l’apporto della Confederazione nelle parole di Fulvio Fammoni e nelle conclusioni di Morena Piccinini. Tutti convinti che questa sia una partita non disgiunta da quella tesa a considerare la crisi in atto come un occasione di cambiamento, di nuovo tipo di sviluppo economico-sociale. E non l’occasione per dare addosso ai soliti noti, ovverosia al mondo del lavoro.

Spiega Carla Cantone: “La nostra scommessa sta nell’idea che le persone esprimano non solo una domanda di protezione economica, fondamentale in questa fase, ma anche una domanda di senso, di identità, di relazioni, di partecipazione soprattutto nel momento in cui, con l’invecchiamento, devono reinventare la loro vita”.

lunedì, aprile 27, 2009

Lo “Jobbing”, inseguendo il lavoro

Sono gli stessi autori, Antonio Incorvaia e Alessandro Rimassa che, con un libro, hanno suggerito un film oggi sugli schermi “Generazione mille Euro”. Un titolo fortunato che è anche l’indirizzo del sito messo in piedi dai due qualche anno fa: www.generazione1000.com. Una iniziativa interessante, una raccolta di testimonianze e denuncie già segnalata da questa rubrica. Antonio e Alessandro hanno però cercato di costruire una proposta.

E’ un secondo libro (editore Sperling & Kupfer), dal titolo intrigante: “Jobbing”. E’ sulla falsa riga di “jogging”. Ovverosia “la corsa costante a passo regolare di chi insegue un lavoro, talvolta senza sapere esattamente quale”. Insomma loro hanno radiografato le varie storie raccolte, hanno capito come spesso sia in realtà una corsa ad ostacoli, senza mappe precise, senza bussole adeguate. E hanno deciso di costruire una specie di manuale.

Sono cento schede,cento lavori. Dentro ci sono lavori e professioni un tempo impensabili, dai nomi tutti inglesi. Troviamo così: Personal Shopper, Destination Manager, Wedding Planner, Visual Merchandiser, Personal Decider, Coool Hunter, Payroll Assistant, Travel Designer, Software Analyst. Ma anche nomi più tradizionali: Accompagnatore Turistico, Architetto, avvocato, commercialista, geometra, giornalista. Sono così illustrate mansioni, attitudini, competenze, formazione, inquadramento contrattuale, retribuzione media.

Sono catalogazioni e suggerimenti che fanno riflettere Walter Passerini, autore della prefazione al libro, circa “una nuova epoca del lavoro”. Saremmo, in sostanza, passando “dal lavoro dipendente al lavoro intraprendente”. Questo perché su 100 posti di lavoro, 87 sono a tempo indeterminato e 13 a tempo e negli ultimi 3 anni ogni due assunzioni una è a termine. E nel futuro, scrive Passerini, “non solo cresceranno le professioni autonome e consulenziali,imprenditoriali e indipendenti, ma nelle stesse imprese cambierà, sta già cambiando, il modo di lavorare”.

Una visione che oggi però deve fare i conti con una realtà diversa. Molti dei giovani della generazione mille euro, nelle vesti di “personal shopper” o nello studio di un notaio spesso vivono una condizione che non ha nulla dell’intrapresa. Sono, spesso, trattati come antichi lavoratori dipendenti, per giunta a sottosalario.

Hanno scritto gli autori di “Jobbing” di un sistema lavoro che “non favorisce i migliori ma privilegia conoscenze e raccomandazioni, rende implicitamente frustrante, per forza di cose, ogni attitudine – o adattamento – alla flessibilità e ogni investimento sul proprio talento”. Conclusione: “E difficile essere giovani, anziani, donne, uomini, stagisti, Co.Co.Pro., interinali, neoassunti, neolicenziati, idealisti o pragmatici senza cedere, anche solo per un momento, all’impotenza”. Il libro per i milleuristi forse può aiutarli a risalire.

venerdì, aprile 24, 2009

Paride Badini, il Console ribelle

Me lo ricordo bene il console Paride Batini, ritto in fondo alla sala della Culmv la (Compagnia unica lavoratori merci varie). Quasi un omino, visto da lontano, ma capace di dominare tensioni brucianti. Al cronista dell’Unità, presente da giorni a Genova, è concessa la presenza tra quella folla di “camalli” inferociti. Sospettosi nei confronti di ogni estraneo. E’ un giorno del febbraio del 1987 e già si sono svolte assemblee tumultuose con una segretaria confederale della Cgil, Donatella Tortura, gentile ma di fibra forte, intenta a difendere la linea sindacale e rischiando di essere colpita da una pioggia di portacenere. Il problema è che quei portuali, iscritti all’organizzazione dei salariati, sono anche, in qualche modo, imprenditori di se stessi.

Una guerra di giorni e giorni nel grande porto dove si intende ridimensionare, in nome della modernità, proprio il ruolo e la presenza dell’antica Compagnia. La loro controparte, il Consorzio Autunomo del porto, diretto da Roberto D’Alessandro, un manager amico di Bettino Craxi, ha perfino chiesto a un colosso mondiale delle pubbliche relazioni, la Hill and Knowlton, di costruire un’efficace campagna. Con l’obiettivo di isolare e sconfiggere quella che è considerata una casta di intoccabili, visti come gli unici colpevoli della crisi portuale. “L’Unità” è l’unico giornale a denunciare l’investimento di 600 milioni di lire per produrre manifesti e pagine di pubblicità, nonché un libro bianco spedito a 600 giornalisti e autorità varie. Uno scontro feroce nel quale intervengono, per trovare una soluzione, uomini della sinistra come Gerardo Chiaromonte, Bruno Trentin, Antonio Bassolino, Antonio Pizzinato, Ottaviano Del Turco. Spesso anche in polemica con le posizioni di Paride Batini. Ma alla fine l’unico in grado di sostenere una mediazione e di farla approvare ai “camalli” è lui, Paride, con quella sua parlata calma e dura nello stesso tempo. E’ lui a godere di un carisma indistruttibile. Ha detto Rinaldo Magnani, presidente del porto all' inizio degli anni Novanta: “Se fosse in Cina sarebbe Mao Tse Tung”.

E’ un autodidatta che trova la sua scuola sulle banchine portuali. Comincia a lavorare all’età di dieci anni. Un bambino. Veste i panni di quelli che oggi si chiamano precari, allora si chiamavano “occasionali”. Un lavoro protrattosi per 17 anni, prima di trovare un posto fisso. Oggi “Occasionale” è anche il titolo di un suo volume autobiografico, come a dire che siamo di passaggio, occasionali appunto. Trascorre la sua vita tra i camalli, fino a diventarne, per 26 lunghi anni, il capo, il Console. Ha scritto: “Quando esci dal porto il tuo lavoro esce con te, viene nella tua vita, nella tua casa e ripeti il percorso inverso''. Il lavoro come identità per lui e per tanti come lui. Allora attorno alla Culm erano in diecimila, oggi sono ridotti a mille. Quell’infanzia di lavoro è anche un’infanzia di politica che presto divampa all’esterno. Lo trovi tra le magliette a strisce del luglio 1960, contro il governo Tambroni che si appoggia all’alleanza con i neofascisti e contro lo svolgimento del congresso del Msi. Così come manifesta, molti anni dopo, nel 2001, per le giornate caldissime del G8, tra i giovani che sfilano e affrontano le terribili cariche di polizia. Ogni 20 luglio, da quattro anni, guida una delegazione di lavoratori portuali per portare un ricordo alla lapide dedicata a Carlo Giuliani.

Un uomo di sinistra, anzi di estrema sinistra. Polemico con il Pci, anche durante quelle vertenze degli anni Settanta e Ottanta e polemiche, poi, con gli eredi del Pci. Mantiene però un legame non solo affettivo con Claudio Burlando, l’attuale presidente della Regione Liguria, un altro figlio di portuali. E affronta con serenità le notizie circa indagini giudiziarie che intendono tirarlo in ballo. A chi gli chiede commenti mostra la sua busta paga: duemila euro al mese dopo 53 anni di contributi. Il simbolo di una vita spesa per un solo ideale, la difesa del lavoro. Qui si prodiga fino all’ultimo con durezza e intransigenza ma anche con tenacia. Capace di rimanere attaccato alla trattativa fino all’ultimo. Con gli episodi più diversi come quella volta che si reca di notte presso l’abitazione del Cardinal Siri per cercare nuovi appoggi.

Racconta nel 2005 in un’intervista alla nostra collega Susanna Ripamonti: “Ci accusavano di essere l’aristocrazia operaia e in effetti era vero anche se la nostra forza era una garanzia per tutti. Adesso siamo dei cottimisti e quando va bene portiamo a casa 1200 euro al mese, facendo turni 365 giorni all’anno, 24 ore su 24”. Racconta il nuovo modo di lavorare, con il camallo che si è trasformato in gruista, in direttore di mezzi meccanici, gru e camion. Appare un po’ istituzionale un po’ movimentista. Tifa per il Genoa, il suo antico amore calcistico, ora con qualche punta di ottimismo per le buone prove della squadra. Tifa, qui con qualche dolore in più, per la sinistra politica che ha nel cuore e nella mente. E’ l’eredità che gli ha lasciato il padre, un antifascista che ha trascorso molto tempo nelle galere mussoliniane. L’ultima tappa è la malattia che ieri lo stronca. Nelle stesse ore muore un operaio della stazione Miramare a Savona e i portuali italiani indicono uno sciopero nazionale. Col pensiero saranno tutti stamane in quella “sala chiamate” a dare l’estremo saluto anche a Paride Batini, Console leggendario.

giovedì, aprile 23, 2009

Renato Lattes che immaginava il futuro

Renato Lattes dirigente dei metalmeccanici Cgil negli anni ruggenti, è morto l’altra notte a Torino. Soffriva da tempo di una pesante malattia ma aveva lavorato fino all’ultimo giorno. Era il suo più recente impegno, come dirigente di “Paralleli”, un Istituto di livello internazionale dedito all’”Euromediterraneo”. Qui lavorava fianco a fianco con un altro dirigente sindacale del passato, Antonio Ferigo (Fim-Cisl). Un particolare che segnala una voglia unitaria mai venuta meno.

Era uno dei tratti caratteristici di Renato, uomo aperto, dalle doti umane straordinarie, come spiega oggi Tonino Lettieri, sempre intento a scrutare nuovi orizzonti. Uno dei suoi ultimi scritti aveva come titolo “E' possibile provare a immaginare il futuro?”. Uno spirito indomito, contrassegnato dalla famiglia (assai nota nell’editoria) e dall’amicizia con Vittorio Foa. Era stato così tra i fondatori della cosiddetta “terza componente “ della Cgil con Tonino Lettieri, Gastone Sclavi, Elio Giovannini e altri.

Aveva svolto un’attività politica nel Psiup e poi nel Pdup, non era mai stato comunista ma aveva stretto un rapporto forte e di reciproca stima con i dirigenti storici della Camera del Lavoro torinese come Emilio Pugno e Aventino Pace. Aveva cominciato a svolgere la sua attività nel sindacato, a 20 anni, come dirigente della Fiom poi via via via aveva coperto posti di grande responsabilità nella Camera del Lavoro e nel Regionale per diventare nel 1981 segretario nazionale della Fiom. Tra le sue esperienze, più tardi, quelle nello staff di Cofferati (1992) e poi nell’ufficio del programma Cgil con Bruno Trentin. Lunedì mattina i funerali presso la Camera del Lavoro di Torino.

lunedì, aprile 20, 2009

La Cgil tra contratti e futuro congresso

Sembra la calma prima della tempesta. A questo fa pensare quanto succede nei sindacati italiani dopo il varo ufficiale del nuovo modello che dovrebbe governare i futuri contratti di lavoro. Una specie di nuova Costituzione per i salariati decisa col parere contrario del principale sindacato italiano, la Cgil. Una Costituzione che, secondo l’organizzazione diretta da Guglielmo Epifani, lederà diritti, salari e perfino la tanto invocata possibilità di contrattare direttamente nei luoghi di lavoro.

La Cgil non è stata al gioco e in sostanza ha deciso di provare, con le categorie, ma con un coordinamento confederale, una sfida difficile ma non impossibile. Sarà il tentativo di varare piattaforme unitarie fedeli alla impostazione a suo tempo concordata con Cisl e Uil ma poi non rispecchiata nel nuovo modello. Un modello non considerato, in sostanza, come una legge immodificabile.

E’ una linea frutto, come racconta Agostino Megale (segretario confederale) di una lunga, vivace ma serena discussione nella segreteria del sindacato. Nei prossimi giorni sarà al vaglio del Comitato Direttivo. Già in questa prima discussione, per dirla con Megale che si rifà nientemeno che a Gramsci, c’è stato un confronto tra il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà. Megale rifiuta l’immagine, qua e la diffusa, di una Cgil dilaniata, secondo l’antico schema dei riformisti puri contro i massimalisti “epifaniani”. Anche perché lui rivendica di essere un riformista della prima ora, quando, tra i pochi, polemizzava con i “senza se e senza ma” di Sergio Cofferati. Mentre oggi appoggia la linea di Guglielmo Epifani. E’ il dirigente che ha snocciolato cifre su cifre per cercare di demolire le argomentazioni dei propagandisti del nuovo modello dimostrando come, se attuato, provocherebbero un colpo alle buste paga del mondo del lavoro.

L’interrogativo di fondo riguarda dunque, ora, la imminente stagione contrattuale. Secondo le nuove regole concordate con Cisl, Uil e Ugl (la nuova “triplice”) ad esempio entro giugno, ricorda Fulvio Fammoni (un altro segretario confederale), cioè sei mesi prima della scadenza, dovrebbero presentare le piattaforme i metalmeccanici gli edili e i chimici. Mentre già sono in pista grandi categorie come gli alimentaristi e i sindacati delle telecomunicazioni.

I primi hanno presentato una piattaforma unitaria che ha sollevato polemiche da una parte della sinistra sindacale capeggiata da Giorgio Cremaschi. Questo perche le nuove richieste corrisponderebbero ai dettami del modello separato. Accusa smentita dal sindacato di categoria aderente alla Cgil che spiega come ad esempio i 173 Euro rivendicati non coincidano con le voglie limitative invocate dall’intesa separata e come non siano previste deroghe al contratto nazionale. Insomma gli alimentaristi avrebbero messo in pratica la linea adottata dalla Cgil.

E’ chiaro, comunque vadano le cose, che da una tale situazione non trarranno vantaggi nemmeno gli imprenditori alle prese con un regime d’incertezze senza interlocutori uniti e pienamente affidabili. E il tutto nel pieno di una crisi economica che può risultare devastante.

Quella in corso appare altresì una sfida politica con un obiettivo: far fuori la Cgil. Lo dimostra anche la sorprendente sequela d’insulti che Raffaele Bonanni, segretario Cisl riserva a Guglielmo Epifani. E’ in questo clima che nella Cgil si discute anche di Congresso. Una testimonianza è giunta dal recente convegno che, dopo uno sciopero comune, ha visto l’inedita alleanza tra metalmeccanici e pubblico impiego, nonché la presenza di molte parti del mondo sindacale cigiellino. Qui, appunto, si è posta, accanto ad una riflessione strategica, l’esigenza di un’accelerazione del dibattito congressuale. Sono in gioco, in questo dibattito che in definitiva fa del sindacato un soggetto non composto da anime morte e tutte ligie al capo supremo (come può avvenire in altre case sindacali e politiche), legittime esigenze di riflessione politica e aspirazioni legate alla futura successione di Guglielmo Epifani (nel 2010). Certo la nuova “Costituzione” dei rapporti di lavoro, assunta contro la Cgil, obbliga a ripensare gli orizzonti strategici. Che mutano se si da per scontata la fine dell’epoca dell’unità sindacale oppure no.

E assai difficile, ad ogni modo. ipotizzare, come qualcuno invoca anche nel Partito Democratico, un’abiura delle posizioni assunte dalla Cgil. Semmai le forze politiche interessate dovrebbero aiutare le correzioni degli squilibri dell’intesa separata. Magari aggiungendo la presenza di regole certe di democrazia, di vera partecipazione dei lavoratori che si intendono rappresentare, nell’approvazione di richieste e accordi finali. Senza trattare gli stessi lavoratori come clienti di un avvocato. E senza sapere, come spiega Fammoni, a che cosa si va incontro, quali imprese, ad esempio, usciranno dalla crisi in corso.

Il caso fortunato dell'operaio Cupolo

Ogni tanto può capitare di imbattersi in un qualche buona notizia. Una specie di sorpresa da uovo di Pasqua in un mare di affanni. E’ il caso segnalato da un’Email, speditami da una ragazza figlia di un operaio che ha rischiato di cadere, dopo una vita di lavoro, in un’esistenza del tutto precaria. Un uomo ormai anziano simile a tanti giovani che oggi annaspano tra le rampogne di Renato Brunetta e le promesse di Maurizio Sacconi.

La ragazza, Mena Cupolo, ha scritto a questa rubrica ricordando la storia di suo padre, Alessandro Cupolo, messo in mobilità nel luglio 2004 e dichiarato inidoneo alla pensione. Avrebbe dovuto aspettare fino al 2011. Un futuro desolante, senza reddito. Ora, è detto nella Email, “anche grazie a questo giornale, l'Unità, mio padre ha potuto raggiungere il suo traguardo (la riassunzione)”. Subito dopo la pubblicazione del caso la ragazza ha infatti avuto un incontro con il segretario dello Spi-Cgil salernitano Antonio Salzano che si è dato da fare.

L’operaio Alessandro Cupolo era stato licenziato e messo in mobilità, con l’assicurazione che però, sarebbe stato riassunto se, dopo il periodo di mobilità, non fosse scattata la pensione. Che infatti per lui, con 57 anni di età e 36 anni di contributi, non è scattata. Il traguardo sarebbe stato raggiunto solo nel 2011. Ora, dopo l’intervento dello Spi, racconta Mena, è stato raggiunto un accordo con l'azienda, ovverosia la riassunzione fino al raggiungimento del requisito pensionistico.

Scrive ancora la ragazza: “Spero che il sindacato sia sempre animato da persone come Salzano, persone di alto livello umano, coraggiosi nel valutare la situazione concreta e la necessità di una soluzione da proporre e realizzare. Perchè, in fondo, non dovrebbe esistere contrasto, ma sinergia tra una forte ispirazione ideale ed un'incisiva concretezza sindacale”.

Parole degne di attenzione. Il fatto è che oggi il sindacato si trova di fronte al sommarsi di casi collettivi, con aziende che ricorrono a valanghe di cassa integrazione o addirittura chiudono. Nello stesso tempo si moltiplicano i casi individuali. E molti di questi casi coinvolgono cinquantenni come Cupolo.

C’è tutta una generazione, infatti, che si trova a fare i conti con la necessità di rifare i conti della propria vita minacciata da una fine di tutti i giochi. E’ uscito perfino un libro “Game over”, il gioco è finito, con sedici autori, dedicato, appunto, alla difficile ricollocazione professionale delle figure "over-anta". Operai ma anche manager, tecnici, professionisti. Cupolo per fortuna ce l’ha fatta, per lui il “game” (chiamiamolo così) continua. Ma quanti rimangono fuori?

mercoledì, aprile 15, 2009

L'accusa infamante di Bonanni

Quando Raffele Bonanni parla di Cgil ambigua sui rapimenti dei manager e accusa Epifani di lisciare la tigre della rivoluzione, soffiando sul fuoco, compie un’operazione devastante. Perché è un accusa che rasenta quella del filo-terrorismo. Diretta a chi aveva magari osservato che episodi come quelli relativi ai manager sequestrati dimostrano un rischio di vedere, nella crisi, messe in atto forme di esasperazione. Un sindacato deve saper guidare le ribellioni guidandole a uno sbocco positivo, attraverso iniziative capaci di attivare il consenso. Lo ha saputo fare anche nel passato.

Un’accusa insopportabile, dunque. Suscita fantasmi tremendi. Ciascuno ha avuto le sue vittime sacre. La Cisl ha ricordato in questi giorni Ezio Tarantelli, gli uomini e le donne della Cgil hanno un ricordo inestinguibile di uomini come Massimo D’Antoni e Guido Rossa. Perché ora un attacco su questo terreno? Perché l’erede di Buozzi, Grandi, Pastore, Storti, Carniti, Marini non accetta che un altro grande sindacato, non un piccolo Cobas, abbia, su un tema come quello dei contratti, un’opinione diversa della sua? Mentre non si risponde alle critiche fatte al nuovo modello oggi proposto alla ratifica, anche, per certi aspetti, dalla Fim Cisl e da una personalità insigne del sindacato come Pierre Carniti.

Sarebbe interessante immaginare come reagirebbe Bonanni se Epifani lo accusasse di stabilire un rapporto ambiguo con Silvio Berlusconi e gli eredi del fascismo. La strada degli insulti devasta gli animi e basta. Non serve nemmeno a preparare la strada a un patto per l’Italia numero due, fatto senza riflettere su come sia fallito il primo. Senza uno sforzo unitario, senza un po’ di umiltà, nessuno vince: si rafforza il proprio orgoglio, si gonfia il petto. Ma di aria. Quelli che ci rimettono, alla fine, sono i lavoratori, specie in momenti come questi.

lunedì, aprile 06, 2009

Se la ricerca precaria finisce sui libri

Sono due libri sulla scienza, o, meglio, sulla ricerca, figlia negletta in Italia, assediata, tra l'altro, da una folla di giovani ricercatori "atipici" e precari. Figlia prediletta in altri Paesi come il Giappone. Il primo volume, "Politica della scienza", è di Walter Tocci (Edizioni Ediesse) ed è la storia di una sconfitta.

L'autore da parlamentare, durante il governo Prodi, si era battuto con altri per dare all'Italia "una moderna politica della scienza". Sono stati sconfitti. E oggi? E' caduto, annota Tocci, "un inconsapevole silenzio sul ruolo della ricerca per il futuro del Paese". Con un ritardo incolmabile rispetto alle dinamiche mondiali.

E qui veniamo al secondo libro, sempre curato dall'Ediesse. E' un libro di viaggio, un viaggio singolare, ma è anche un’altra cosa, un incontro col mondo della ricerca e una riflessione sul futuro diversificato che investe questa branchia essenziale. Singolari sono i protagonisti: un padre e un figlio intenti a rifare il filo del proprio rapporto.

Lui Vincenzo Moretti, è un uomo dalle esistenze molteplici: docente di sociologia dell’organizzazione a Salerno, scrittore di libri e saggi, ex sindacalista. Il figlio, Luca, è un giovane studioso di fisica e cultura orientali, nonché componente, come suonatore di basso, nel gruppo “Motor Sound”. I due, alternandosi al computer scrivono il diario della esperienza di un mese, a Tokio. E’ l'incontro tra due civiltà diverse, quella partenopea e quella asiatica. Napoli, anzi Secondigliano, invade spesso il racconto attraverso canali gastronomici e attraverso l’uso notturno di Skype, per mantenere il dialogo con i mille parenti lontani. Il tutto raccontato con occhi differenti e intrecciati.

Lo scopo del viaggio è di lavoro. Vincenzo è ospite del famoso centro giapponese di ricerca scientifica Riken. Mentre il figlio alloggia in un hotel poco distante. Un mese ricco di incontri tra i due che si vedono e non si vedono, alle prese con Tokio. Mentre Vincenzo intervista Akira Tonomura l’inventore del microscopio da un milione di volt, lo scienziato Piero Carninci, il Nobel Ryoji Noyori. Ecco qui, a differenza del libro di Tocci, si parla di una vittoria.

Originale anche il titolo del libro, “Enakapata”: una testata, qualcosa che colpisce, una cosa straordinaria. E’ il compendio del viaggio in Giappone . Così come lo è un altro termine, "Serendipity", ovverosia scoprire una cosa non cercata e imprevista mentre se ne sta cercando un'altra. Un misto di genialità e di affidamento al caso. Padre e figlio napoletani a Tokio, insegnano anche questo, con allegria e gusto del nuovo. E ci disegnano un futuro che potrebbe essere anche nostro se da noi le cose andassero diversamente.

domenica, aprile 05, 2009

Circo Massimo: ma che colpa abbiamo noi?

Scruto dal palco questo muro compatto di folla che urla, fischia, applaude, sventola bandiere e striscioni. C’è in quelle facce di donne e di uomini, di giovani e di anziani, l’orgoglio Cgil ma anche l’orgoglio di un pezzo importante della società del lavoro. Non è un raduno di fannulloni e lavativi: loro sono quelli che faticano e tirano davvero la carretta del Paese. Spesso (tre-quattro volte ogni dì) lasciandoci la pelle. Un popolo che in qualche modo s’identifica nelle antiche parole del cantante dei “Roches” Shel Shapiro: “Ma che colpa abbiamo noi se non siamo come voi… Vediamo un mondo vecchio che ci sta crollando addosso ormai...”.

Molti ballano presi da un attimo di frenesia collettiva, un attimo, per dimenticare la cassa integrazione, i precari, le fabbriche, la crisi che avrebbe bisogno di interventi seri e non di ottimismi faciloni. Stanno con lui, col cantante che precede Guglielmo Epifani, nel catino gremito del Circo Massimo, quando dice che non basta dare sempre la colpa agli altri se le cose vanno male, se il capitalismo non riesce più a ritrovare le sue salvifiche ricette. Un invito a non rassegnarsi e a ritrovare la strada della lotta unitaria e della proposta.

Non è la ripetizione del 2002. E’ un'altra cosa. Allora c’era in ballo l’articolo 18, quello dei licenziamenti facili. Oggi siamo di fronte ad un attacco generale e non su un punto solo, in un clima di inquietudine, spesso di paura. Non è facile tener ritta la schiena quando vedi il tuo lavoro, la tua esistenza, la tua busta paga, traballare. Questo incontro a Roma è anche una prova di coraggio e che dà coraggio L’accusa ripetuta da amici e avversari è quella di una Cgil che fa del 4 aprile una manifestazione “politica”. Come se quell’aggettivo, “politica”, fosse un’infamia.

Come se altre volte il sindacato su grandi problemi come il terrorismo, come l’attacco alla democrazia, non avesse saputo scendere in piazza a fare da argine. E non avesse saputo declinare il proprio ruolo anche come quello di un “soggetto politico”, appunto, capace di una propria autonomia, di una propria cultura, non al servizio di questo o quel partito. Oggi è chiamato in causa il lavoro in tutte le sue componenti e un sindacato dovrebbe stare zitto, chiuso nelle proprie sedi? Mentre le piazze dell’Europa, l’altro ieri a Londra, nei prossimi giorni a Madrid, Berlino, Praga vedono i cortei promossi dai sindacati? Certo, manifestazioni “politiche” anche quelle, indette per chiedere una svolta “politica” nelle decisioni dei rispettivi governi.

Del resto se si discute nel merito delle richieste avanzate dalla Cgil, su industria, ammortizzatori sociali, anziani, fisco è facile arguire che non si è molto distanti dalle posizioni assunte da Cisl e Uil. E la richiesta al governo di centrodestra affinché convochi i sindacati e altre parti sociali non è venuta solo dalla Cgil. E’ stata avanzata anche da Raffaele Bonanni.

Del resto è alle porte un Primo maggio unitario a Siracusa (ma anche per il tradizionale concerto a Roma). Sarebbe importante se l’esempio fosse seguito a Milano, Torino, Napoli… Certo permane la ferita non sanata dell’accordo separato sul sistema contrattuale. Dovrebbero però far riflettere i rischi di un anarchia nei rapporti contrattuali dei prossimi mesi, con conseguenti danni per tutti. E dovrebbero far riflettere le parole recenti di due ex segretari della Cisl, come Pierre Carniti e Savino Pezzotta, personalità assai diverse ma accomunate dall’invito a superare i dissensi per dedicarsi ad un confronto stretto col governo. Perché l’urgenza è qui.

mercoledì, aprile 01, 2009

Sabato 4 aprile per non rassegnarsi

Spesso si parla della crisi economica e sociale. Ma spesso non si riesce a vedere i volti delle vittime, con i loro nomi. E non si fanno congetture su come reagiranno al galoppare del fenomeno. C’è chi ha alluso al possibile espandersi di reazioni disperate da parte di pezzi del mondo del lavoro che magari si sentono abbandonati dai loro stessi rappresentanti sindacali. Un rischio che dimostra come faccia bene la Cgil a organizzare un movimento organizzato, quello che sfocerà il quattro aprile. Per vincere la disperazione e anche la rassegnazione, usando le parole di Guglielmo Epifani. Per protestare e per proporre.

E’ necessario, insomma, riuscire a unificare quelli che sono alla ribalta delle cronache come i lavoratori dell’Indesit di Torino o dell’Alfa Romeo di Pomigliano d’Arco, ma anche i tanti che stanno vivendo i loro drammi senza riuscire a sfondare il muro del silenzio. Un modo per capire meglio che cosa sta succedendo in Italia consiste nello sfogliare le pagine con le cronache provinciali di alcuni quotidiani.

Ho così scoperto la scorsa settimana, limitandomi alla Lombardia, un elenco impressionante. Ecco alcuni esempi di titoli: Lecco, tensione alla Riello, tra gli addetti al laboratorio di ricerca; Italtel, sciopero e assemblee di Settimo Milanese contro 450 tagli; Cinisello Balsamo, i dipendenti Nokia presidiano l'azienda contro la prevista delocalizzazione; Brescia, Viaggio al centro per l'impiego, in coda sognando un contratto, a trenta anni ti dicono che sei troppo vecchio; Paderno: spenti i macchinari alla Lares; Lecco, la stretta al credito rischia di soffocare le aziende migliori; Como, chiude la Giardina; Casale (Pavia), blocco della via Emilia contro i licenziamenti; Reina Catene di Lecco, ordini col contagocce; Varese, in cassa oltre 22 mila lavoratori, meccanico e tessile i settori maggiormente colpiti; Lodi, il lodigiano sta tremando, parte un altra ondata di cassa integrazione; Mantova, Gorispac, filo di speranza sempre piu esile; Como, anche i fornitori chiudono, sta saltando tutto il distretto.

Non sono solo operai e impiegati stretti dalla crisi. Al loro fianco troviamo insegnanti e ricercatori. Così leggiamo: Lombardia, il ministero taglia 4 mila docenti; a Nerviano i ricercatori della Medical Sciences si appellano al cardinal Tettamanzi. Quello di Nerviano è un centro di ricerca farmaceutica sui tumori tra i più rinomati d’Europa, situato alle porte di Milano. Altri ricercatori a rischio troviamo alla Cell Therapeutyics. Secondo il presidente di Assobiotec Roberto Gradinik,il settore delle biotecnologie è “a rischio tracollo in uno o due anni“. Sono cronache da un solo pezzo d’Italia. Dovrebbero far riflettere.

venerdì, marzo 27, 2009

Brunetta e il Paese reale

Ho incrociato, mentre raggiungevo il Forum del giornale con Renato Brunetta, un gruppetto di persone inferocite davanti alla sede dell'agenzia romana delle entrate. Costoro inveivano contro attese, code, perdite di tempo. La stessa scena l'avremmo potuta accertare facilmente in altri luoghi pubblici. E così nelle diverse città delle penisola, salvo scarse eccezioni. E' il Paese reale dove ogni giorno alti si levano i lamenti per le inefficienze.

C'è un altro Paese, quello dipinto dal ministro, dove tutto è avviato a risolversi, tramite semafori, faccine, tornelli, atti d'imperio, schiacciamento dei sindacati. Questi ultimi a volte, come nel caso della Cgil, visti come nemici e non come interlocutori affidabili. Con la scelta ostentata di tenerli (tutti) fuori dalle decisioni che contano. Un trionfalismo, una boria, quelli rispolverati dall'esponente governativo che spaventano perché, appunto, non fanno i conti con la realtà.

Non si comprende che per affrontare problemi secolari come quelli che affliggono la macchina statale, il venir meno delle regole, il lassismo, occorre avviare riforme vere, non palliativi. Riforme come quelle varate in altre epoche da Franco Bassanini e da Massimo D'Antona. Come quelle suggerite da un memorandum dedicato appunto anche all'efficienza e concordato a suo tempo dal governo Prodi con tutti i sindacati. E dove si suggeriva l'apporto serio e organizzato degli utenti per condizionare l'andamento del lavoro pubblico.

Qui invece si preferisce la strada contraria, i rapporti di lavoro vengono nuovamente invasi dal potere politico, i semafori punitivi vengono accesi davanti all'impiegato considerato fannullone. E non si capisce che alle spalle di quelle "mezze maniche" esistono pletore di dirigenti, ordinamenti sovraccarichi, esiste un governo non irresponsabile. Così sono ignorate perfino le proposte di uno come Pietro Ichino che aveva parlato di un'autorità in grado di vagliare l'efficienza. Ora l'autorità e data dai tre colori di un semaforo.

Pragmatismo è la parola magica. Nel pubblico, nell’edilizia, come per i precari. Anche il centrosinistra aveva adottato, per i precari, la politica dei piccoli passi. Ma con un orizzonte: quello della stabilizzazione se non del posto almeno dei diritti. Invece il ministro ora giunge a sconfessare quel che di buono aveva scritto il suo pur caro amico Marco Biagi. L'esigenza di una rete di ammortizzatori sociali. Non ce n'è bisogno, dice Brunetta, ne abbiamo in abbondanza. E irride alle indennità proposte dal Pd di Franceschini. Non vede il Paese reale. Quello dove accanto ad una parte felice c'è una larga parte che soffre e che lotta, un mondo del lavoro che propone una politica diversa. Come ha detto in queste settimane nelle grandi manifestazioni promosse dalla Cgil. E come dirà ancor più forte il prossimo 4 aprile a Roma, al Circo Massimo.

mercoledì, marzo 25, 2009

Enakapata da Napoli a Tokio

E' un libro di viaggio - “Enakapata” (Ediesse) - un viaggio singolare, ma è anche un’altra cosa, un incontro col mondo della ricerca e una riflessione sul futuro diversificato che investe questa branchia essenziale. Singolari sono i protagonisti: un padre e un figlio intenti a rifare il filo del proprio rapporto. Lui, Vincenzo Moretti, è un uomo dalle esistenze molteplici: docente di sociologia dell’organizzazione a Salerno, scrittore di libri e saggi, ex sindacalista. Il figlio, Luca, è un giovane studioso di fisica e cultura orientali, nonché componente, come suonatore di basso, nel gruppo “Motor Sound”.

I due, alternandosi al computer scrivono il diario della esperienza di un mese, a Tokio. E’ l'incontro tra due civiltà diverse, quella partenopea e quella asiatica. Napoli, anzi Secondigliano, invade spesso il racconto attraverso canali gastronomici e attraverso l’uso notturno di Skype, per mantenere il dialogo con i mille parenti lontani. Il tutto raccontato con occhi differenti e intrecciati.

Lo scopo del viaggio è di lavoro. Vincenzo è ospite del famoso centro giapponese di ricerca scientifica Riken. Mentre il figlio alloggia in un hotel poco distante. Un mese ricco di incontri tra i due che si vedono e non si vedono, alle prese con Tokio. Mentre Vincenzo intervista Akira Tonomura l’inventore del microscopio da un milione di volt, lo scienziato Piero Carninci, il Nobel Ryoji Noyori.

Originale anche il titolo del libro, “Enakapata”: una testata, qualcosa che colpisce, una cosa straordinaria. E’ il compendio del viaggio in Giappone . Così come lo è un altro termine, Serendipity, ovverosia scoprire una cosa non cercata e imprevista mentre se ne sta cercando un'altra. Un misto di genialità e di affidamento al caso. Padre e figlio napoletani a Tokio, insegnano anche questo, con allegria e gusto del nuovo.

lunedì, marzo 23, 2009

Un vulcanologo nella prigione del Call Center



Lui sogna il Vesuvio che implode e si porta via l'immondizia, la disoccupazione. E’ Gianfranco, con laurea in vulcanologia, 110 e lode come molti altri suoi compagni di lavoro. Gli studi non sono serviti. Hanno dovuto riparare in uno dei tanti Call Center, le moderne industrie italiane. E’ la trama di un film. Il giovane regista, Federico Rizzo, è stato ospite di questo giornale, qualche settimana fa, per un Forum sul lavoro precario.

Il titolo è “Fuga dal call center”. La fotografia è di Luca Bigazzi. E’ stato prodotto dalla cooperativa Gagarin e dall’Ardaco già coinvolti nella realizzazione di “Fame chimica”. Col sostegno della Camera Del Lavoro di Milano e di istituzioni come la Regione Lombardia, la Provincia di Milano, il Comune di Milano e di Sesto San Giovanni.

Non è un documentario vero e proprio. E’ una storia di coppia. Il vulcanologo Gianfranco ha un contratto a progetto e 550 Euro al mese. Più un incremento del reddito derivante dal ricorso a lavori di pulizie pagati con cinque Euro all’ora (un trattamento superiore a quello corrisposto dal Call Center). Lei, Marzia, vorrebbe fare la giornalista e intanto si arrangia impegnandosi nella telefonia erotica. Entrambi hanno a che fare con quello strumento oppressivo: la cuffia. Sono percorsi di vita eguali a tanti altri. Il film non nasce da una fervida immaginazione creativa. E’ stato preparato da centinaia di testimonianze raccolte a Milano, Brindisi, Bari, Torino, Bologna, Roma. Una vera e propria inchiesta.

Non è un racconto lacrimevole. E’ solcato da lampi di gioiosa, amara ironia. La coppia comincia la propria difficile convivenza perché il nonno di lei e la nonna di lui hanno scoperto l’amore e il sesso, prima di fuggire insieme. Così gli ammortizzatori sociali assicurati dalla famiglia vengono meno. Ed ecco la trafila della banca che non fa il mutuo, dei colloqui per improbabili assunzioni con lo psicologo di turno (qui interpretato dall’impareggiabile Tatti Sanguineti). Nonché la vita nell’”open space” dove stanno accatastati i laureati intenti a compiere indagini di mercato sugli stili di vita degli italiani. E c’è chi ha le allucinazioni. Gianfranco sogna il proprio eroe: un “SuperCallman” venuto a risolvere tutte le ingiustizie di quella moderna prigione.

Ad un certo punto uno dei protagonisti che si avvicendando al microfono descrive la propria condizione. Vive e soffre la competizione nella coppia, con la paura ossessiva di essere un “perdente”, in questa società dove tutti sembrano poter vincere qualcosa. A quel punto, come dice un altro dei protagonisti scelti da Rizzo, la precarietà diventa “la malattia sociale che porta ad ammalare l'organismo”. Una specie di cancro insopportabile.

sabato, marzo 21, 2009

Lo share del "cafone" Di Vittorio

E’ uno straordinario evento politico-culturale. Arriva sugli schermi di Rai1 “Pane e libertà” una fiction dedicata a Giuseppe Di Vittorio, comunista e fondatore della Cgil, e conquista il cuore e le menti di un pubblico grande. Domenica sera vedono la prima parte 5 milioni 548 mila telespettatori, con il 22,15 per cento di share. E ieri sera l’audience cresce: sono 6 milioni 86 mila telespettatori, share del 22.49% .

Ha scritto un sito dedito al gossip, Dagospia: ”Vince il lavoro”. Un’affermazione che fa effetto in un momento in cui il lavoro è duramente sotto attacco. E’ la dimostrazione che il film di Alberto Negrin, prodotto da Rai Fiction e Palomar Endemol, ha toccato corde sensibili. Ha sollevato emozioni popolari, accanto ad abbondanti rilievi di critici e studiosi. “Pane e libertà” non ha le pretese rigorose dell’opera d’arte o della accurata ricostruzione storica. E’ però un prodotto capace di coinvolgere raccontando vicende inusuali per la televisione italiana. Un indagine ha accertato che 89 giovani su 100 non hanno 'mai sentito parlare di Di Vittorio. Ha scritto un anziano dirigente napoletano della Cgil, Ettore Combattente: “Nello spettacolo squallido di una televisione incapace di raccontare la vita e la storia di uomini semplici e che si rifugia nel reality di esibizionisti malati di notorietà e di soldi, questa fiction è un vento di pulizia che ha il profumo delle passioni, della libertà e dell’amore”.

E’ la storia di un “cafone” che cresce nelle campagne pugliesi, diventa sindacalista rivoluzionario per poi acquisire le stimmate di un riformismo non certo moderato. Certo non mancano nel film forzature e l’uso di toni melodrammatici, a volte vagamente fumettistici. Come quando si tenta di ricostruire le note polemiche tra Di Vittorio e lo stalinismo, facendo comparire un Giuseppe Stalin inverosimile. Restano però pagine belle e veritiere. E’ un messaggio insopprimibile di rivolta nei confronti delle ingiustizie, ma anche di proposta (come nell’episodio della vetturetta torinese e del piano del lavoro). Quello slogan del barone Rubino, latifondista di Cerignola “Mondo è e mondo sarà”, ovverosia bisogna accettare le cose come stanno, è stata via via smentita negli anni. “Pane e libertà” col suo pubblico grande, dimostra che cambiare si può anche oggi. Forse il lavoro può vincere non solo sui teleschermi.

lunedì, marzo 16, 2009

Lo sciopero futurista delle ragazze di Legnano

Già questa rubrica ha segnalato il loro caso. Simile a tanti altri che salgono dal mondo del lavoro flessibile e precario. Assai diverso però per la forme di lotta adottate. Loro, le dieci ragazze di Legnano di cui qui si parla, non possono scioperare essendo sprovviste di un posto di lavoro e di un contratto. Come, del resto gran parte dei lavoratori flessibili e precari che non avendo alcuna possibilità di incrociare le braccia non hanno nemmeno da temere i fulmini di Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro e regolatore assiduo delle proteste dei salariati. Lo stesso ministro che ora si vanta di aver in qualche modo risposto alla richiesta di Dario Franceschini (PD) decidendo per i precari che perdono il posto di lavoro un’indennità miserabile che dovrà durare fino al termine della crisi.

Le ragazze di Legnano, ex dipendenti di un call center, sono dunque rimbalzate, oltre sei mesi fa, alla ribalta delle cronache per avere improvvisato uno spettacolino molto osé presentandosi nude, sia pur celate dietro un lenzuolo. Sono così finite su You Tube e poi ospitate da Anno Zero in Tv. Senza risultati. Hanno proprio nei giorni scorsi inventato un altra forma di protesta e l'hanno chiamata lo "sciopero del futuro". Sono sfilate bendate davanti all'ospedale di Legnano nonché sotto la sede del Ministero della Funzione Pubblica a Roma. Prima nude e poi cieche, insomma. Con quella voluta sottolineatura del “futuro” che forse era una accentuazione polemica a proposito di scioperi da regolamentare.

Ha spiegato Guido Santucci della Funzione Pubblica Cgil "La situazione è piuttosto ingarbugliata": Le lavoratrici in questione lavoravano al call center dell'ospedale di Legnano e sono state spedite a casa all’alba del 31 agosto dello scorso anno. Avevano un rapporto di lavoro interinale con la Asl. Ora, spiega Santucci, sta finendo anche il loro periodo di disoccupazione pagato dall'INPS. E sarebbe nata l'idea di recuperarle al lavoro facendole assumere a tempo determinato per tre anni, prorogabili, "nei profili che richiedono la chiamata diretta tramite collocamento facendo valere gli anni passati presso il call center". Un modo per inserirle nella pubblica Amministrazione "con la certezza del trattamento e dei diritti".

Fatto sta che le ragazze di Legnano sono sempre in attesa un po' angosciate, come tante di loro sparse lungo la penisola, in altre situazioni lavorative o ex lavorative. Mi hanno scritto così: "Purtroppo nessuno risponde, e tutti rimpallano le responsabilità ad altri, un vero e proprio circolo vizioso”. Così l’azienda ospedaliera rinvia al ministero della Funzione Pubblica, il ministero alla Regione e questa all’azienda. “Sono 6 mesi oramai che ci rimpallano” osservano sconsolate le ragazze.

lunedì, marzo 09, 2009

Se 300 mila Euro vi sembran pochi...

Tanti parlano di criteri di solidarietà da adottare per fronteggiare la crisi. Leggiamo così apprezzabili cronache dove si narra con entusiasmo di tanti esempi di fabbriche dove gli operai suddividono fra di loro i sacrifici, magari quelli derivanti dal regime di cassa integrazione. Con i previsti tagli ai già modesti salari. Un esempio di coesione sociale, di senso di responsabilità che fa a pugni con il diffondersi, in altri luoghi, di una specie di “si salvi chi può”.
Tutti ne scrivono compiaciuti. Nessuno parla però di chi gode di buste paga spesso molto elevate ma che si guarda bene dall’adottare criteri di solidarietà. E grida allo scandalo se la Cgil chiede di ottenere un contributo, appunto, di solidarietà, da chi nella crisi naviga senza troppe angosce economiche. Gli alti stipendiati insomma.

L’egoismo dei benestanti è del resto agevolato dalle politiche del governo. C’è un piccolo episodio che lo dimostra bene. C'era una volta un tetto assegnato agli stipendi dei dirigenti pubblici, coloro che hanno lo Stato come padrone. Era stato voluto dal governo di centrosinistra quello (ricordate?) guidato da Romano Prodi. Una misura di sobrietà ed equità. Era stato infatti fissato un massimo di 289.984 euro lordi l'anno, corrispondenti allo stipendio del primo presidente della Corte di Cassazione. Un tetto assai fragile, destinato a franare. E' stato infatti corretto con una nuova norma passata quasi sotto silenzio la scorsa estate, ai primi di agosto. La notizia è stata ripresa ora in un’intervista a Carlo Podda, segretario generale della Funzione Pubblica Cgil, apparsa su “Economy” (Panorama). Sotto il titolo emblematico: "I soldi mancano solo per i precari". A quanto pare sarà il governo a stabilire chi dovrà rimpinguare quella “esigua” cifra pari a 289.984 euro. Magari per premiare più che la fedeltà e l'efficienza aziendale, la fedeltà politica. E’ quello che un tempo si chiamava clientelismo.

C’è una parte del mondo dove in queste stesse ore ci si comporta diversamente. Il neopresidente americano, Obama, ha annunciato, infatti, l’imposizione, non solo ai manager pubblici bensì ai manager di banche ed altre società, di un tetto massimo alle retribuzioni di 500 mila dollari annui (pari a 400 mila euro). Ecco un modo per far capire che davvero quando si parla di sforzo nazionale si vuole far intendere che tutti devono partecipare in prima persona. E in testa in questa gara, tesa ad evitare o perlomeno attutire il tracollo globale, ci devono stare in primo luogo coloro che dal quel tracollo non sono toccati e magari troveranno il modo per non essere toccati mai. Coloro che non sanno che cosa significhi cassa integrazione, sospensione del contratto, solitudine sociale. E’ proprio vero “I soldi mancano solo per i precari”.

giovedì, marzo 05, 2009

Il calcolo miope del flessibile a poco prezzo

Non esiste famiglia in Italia dove in qualche modo non si discuta ogni giorno del futuro lavorativo di un figlio, di un cugino, di un parente. E’ il tema di un’insicurezza dilagante che passa sotto la denominazione di precariato ma che nasconde realtà diverse. Lo si è visto bene ieri attorno al Forum promosso dall’Unità.

Ma perché siamo circondati da queste mille forme lavorative che spesso bruciano la dignità degli individui? Quando si è cominciato (anni fa) a parlare di flessibilità tutto era connesso a nuove esigenze produttive, a un ciclo che cambiava. Tra le parole magiche c’era quel “just in time” che segnalava la necessità di avere una manodopera pronta, capace di accompagnare i propri tempi a quelli del prodotto. Moriva l’operaio massa e doveva nascere una nuova figura di lavoratore, libero e autonomo. E c’erano le sirene della cosiddetta “new economy” che parlavano di giovani senza bisogno di padroni, capaci di gettarsi nei gorghi di Internet e dei suoi derivati per aprire un’epoca nuova. Poi le cose sono andate diversamente, tutto si è allargato e deformato. Si è cominciato a capire che molti imprenditori non ricorrevano alla flessibilità perché spinti da ansie innovative. Lo facevano solo per risparmiare. Spesso con un calcolo miope perché così facendo spesso si circondavano di forza lavoro senza diritti, malpagata e non formata, incompatibile con le sfide produttive basate sulla qualità.

Bisognerebbe innestare la retromarcia. Il centrosinistra di Prodi e Damiano aveva tentato di farlo, cercando ad esempio di far pagare almeno gli atipici come i tipici. Ora la crisi che divampa rischia di sommergere ogni cosa, ogni speranza, con un governo che in sostanza sta a guardare. L’uscita di Franceschini sull’indennità ha il merito di rompere il silenzio che circonda questa emergenza del lavoro moderno. Una specie di salvagente per non affogare. Sarà una proposta limitata, discutibile, magari da chiarire e accompagnare ad un percorso di formazione per non avere

le caratteristiche dell’assistenzialismo. Ma non si può disconoscere il fatto che tale proposta ha avuto il merito di far discutere il Paese e di mettere con le spalle al muro il centrodestra. Una volta tanto costretto a scegliere.
Certo il giovane geologo a partita Iva non è nelle stesse condizioni del giovane del call center o del redattore grafico. Tutti costoro però vorrebbero poter avere un reddito dignitoso, capace di assicurare un’esistenza serena. Tutti vorrebbero non dover avere i sonni tormentati dall’ansia del contratto che scade. Magari senza dover scambiare queste loro “pretese” con altre scelte destinate a colpire altri soggetti spesso iperflessibili, tra i lavori di casa e i lavori esterni: le donne.

mercoledì, marzo 04, 2009

Una rete per i redattori precari

Altre volte è stato fatto il paragone tra il precario, l’atipico e lo jogurt sottoposto a scadenza. Ora c’è proprio uno di loro che ha condotto una disanima accurata dell’equazione.

L’autore si definisce “stagista, collaboratore e precario”. Un tempo, racconta, c'erano due figure di lavoratori: l'assunto e il disoccupato. Ora accanto al dipendente a tempo indeterminato (una specie di Superman) c’è quello a tempo determinato: “anche lui come lo yogurt ha una scadenza, tuttavia la sua conservazione è più lunga”. Poi c’è il collaboratore “uno sorta di jolly dell'industria, che lavori a casa o in ufficio non fa poi tanta differenza, sgobba spesso a cottimo e quando vi siete rotti le palle di vederlo nel frigorifero lo potete sempre buttare via”. Lo stagista, invece “è merce preziosa, è una mousse di ideali di provenienza direttissima dal caseificio universitario…”.

Tali ironiche definizioni sono rintracciabili nel sito www.rerepre.org (rete dei redattori precari) proposto dall’ultimo numero di Co.Co.Pro.testa, un piccolo ma acuto giornale diffuso via Internet a cura di BestBefore (due giovani precarie). Quelli del sito citato sono redattori editoriali. Hanno dato vita ad una rete per far conoscere i loro problemi. Spiegano come in passato l’editoria sia stata un laboratorio di forme contrattuali atipiche, oggi qui la precarietà è eretta a sistema. Con contratti capestro e salari miseri: “i tanto chiacchierati 1000 euro al mese per molti di noi sono un miraggio”. Sovente si tratta “di contratti atipici irregolari che nascondono una dipendenza di fatto, ma senza le tutele che la legge garantisce ai lavoratori subordinati”. Sono infatti numerosi i redattori mascherati da finti Co.Co.Pro. o costretti ad aprire la partita IVA.

Una condizione che finisce con lo svilire la loro professionalità e “lo scadimento di tanta parte della produzione editoriale italiana”. Anche per questo vorrebbero porre un freno alla precarietà permanente, alla denigrazione della professionalità, alla negoziazione individuale di contratti a cottimo che li imprigionano alle scrivanie e che consentono a stento di sbarcare il lunario. Avanzano anche proposte “sindacali”: le forme di contratto atipiche non dovrebbero essere imposte come diktat dall’azienda, ma negoziate tra le parti contraenti e costare di più dei contratti subordinati e non molto meno come accade oggi. Un altra idea è quella di mettere a punto un “tariffario del redattore” che stabilisca la retribuzione.
Spunti, discussioni, movimenti. I protagonisti sono lavoratori particolari, stanno sullo sfondo di ogni nascita di un libro o di un prodotto multimediale. Sono tra gli artefici del “sapere” e meriterebbero di stare ai primi posti nella scala delle gerarchie sociali.

venerdì, febbraio 27, 2009

Il bavaglio ai sindacati

Ricordiamo bene i venerdi neri dei trasporti. Quando le metropoli andavano in tilt per gli scioperi. Perché avevano luogo? Non per smanie selvagge ma per contratti scaduti da mesi e anni. Ora sarebbe arrivato il toccasana, la bacchetta magica capace non di far rispettare gli accordi, ma di riportare l'ordine, la quiete, mettendo il bavaglio all’iniziativa sindacale. E' questo il messaggio che il centrodestra diffonde attraverso quasi tutti i mass media. E chi critica appare come un mentecatto nemico dei cittadini. Una sceneggiata che nasconde il vero obiettivo: non andare alle cause delle agitazioni sindacali, non risanare il sistema dei trasporti ma demolire il diritto di sciopero qui per attaccarlo domani ovunque. Vogliono superare l’anomalia italiana e fare del sindacato un organismo burocratico staccato dal mondo del lavoro. Cercano di gettare cunei tra le diverse sigle, puntando tra differenziazioni esistenti, per tentare di isolare la Cgil. Non siamo al codice penale voluto dal fascismo che considerava lo sciopero un reato ma si sente traballare il precetto costituzionale.

Nessuno può certo ignorare il fatto che nel settore di servizi delicati come i trasporti – ma anche la sanità – si fronteggiano diritti diversi: quelli degli operatori obbligati a rivendicare quanto dovuto, quelli di altri lavoratori bloccati nelle loro possibilità di movimento. Ecco perché nel passato e non a caso con governi di centrosinistra si cercò di dar vita ad una specie di patto di civiltà che difendesse i secondi senza opprimere i primi. Era la legge varata nel 1990 sotto il nome di “regolamentazione del diritto di sciopero per gli addetti ai servizi pubblici o di pubblica utilità”. Qui, con l’accordo tenacemente cercato con Cgil, Cisl e Uil si scelse la strada del preavviso di dieci giorni per lo sciopero, un minimo di presenza per servizi essenziali, procedure di conciliazione, la possibilità di precettazione.

Perché ora si è giunti a questa impennata? Perché quelle norme non hanno funzionato? L’argomento che si porta in primo piano in queste ore è quello della disastrosa frammentazione sindacale che permette anche a una minuscola organizzazione di proclamare lo sciopero, puntando sull’effetto annuncio e sulla conseguente fuga dei viaggiatori. Se il problema è questo perché non si affronta il problema davvero serio della rappresentanza sindacale? Eppure qui si poteva, si possono fare importanti passi avanti. Nei giorni scorsi un seminario promosso da Cesare Damiano (Pd) ha visto il convergere di volontà diverse tra Cgil, Cisl e Uil, verso un progetto da concordare tra le parti sociali, premessa ad una legge. Una buona notizia da non lasciar cadere.

Non è così, però, che s’intende procedere. Al centrodestra non piacciono i “patti di civiltà”. I ministri Sacconi e Brunetta sono spinti da un'unica missione: perseguire patti di divisione, spaccare il fronte del lavoro. Profittare delle stesse debolezze sindacali per riportare i rapporti di lavoro nel pubblico impiego al sistema delle leggi e del clientelismo politico. Ed ora si minaccia di interdire anche le proteste per strada. Magari domani anche i picchetti alle portinerie delle fabbriche, oppure gli scioperi articolati e le assemblee in azienda. Stanno riscrivendo la storia sindacale a colpi di mannaia. Non sono abbastanza soddisfatti del fatto che oggi si può dire di tutto di questo nostro Paese ma non che viva una fase di conflittualità esasperata. Semmai c’è troppa pace e indifferenza sociale mentre le sorti dell’economia e del lavoro rotolano. Solo la Cgil scende in campo ieri con i metalmeccanici e il pubblico impiego, la prossima settimana con i pensionati, in aprile con tutte le categorie. Per cercare di indicare una via d’uscita diversa.

Siamo con tutta probabilità solo agli inizi di uno scontro duro. Guglielmo Epifani ha citato un rischio “il muro contro muro”. Perché è chiaro che di fronte a interventi del genere la Cgil non può rimanere inerte, ripudiando la propria storia. Sarebbe necessaria quella che Vittorio Foa aveva chiamato in un libro, prendendo a pretesto il linguaggio degli scacchi, “la mossa del cavallo”. Ma ci sono i giocatori in grado di
agire?

lunedì, febbraio 23, 2009

Per la crisi c’è chi paga e chi no

C'è un affannarsi di medici e infermieri attorno al capezzale Italia. Tutti intenti a denunciare la crisi economica e sociale. Perfino Silvio Berlusconi si è detto preoccupato, dopo aver manifestato per mesi un’irresponsabile ottimismo. Solo il ministro Claudio Scaiola non si è accorto del nuovo atteggiamento del premier e insiste nel sostenere che tutto va bene.

C'è chi, ad ogni modo, non si accontenta di elencare i danni avvenuti o alle porte. Ovverosia i 500 mila lavoratori in cassa integrazione, i previsti 700 mila posti di lavoro cancellati quest'anno, il 25 per cento dei contratti atipici non rinnovati. La Cgil, ad esempio, oltre alla denuncia ha avanzato proposte sostenute da opportune azioni sindacali. Zelanti commentatori si sono affrettati a demolirle obiettando che non si possono realizzare per via della mancanza di risorse o per il rischio di aggravare i conti dello stato. C’è però, tra le indicazioni pervenute dalla organizzazione di Guglielmo Epifani, un intervento che non costerebbe nulla a Pantalone. E’ quello relativo ad uno sforzo di solidarietà nazionale attraverso un contributo proveniente dai redditi superiori ai 150 mila euro. Non è la richiesta di una nuova tassa strutturale, è la richiesta di un intervento provvisorio adeguato alla gravità della situazione economico sociale. E’ stato fatto notare che da sola quella misura darebbe alla fine un introito assai modesto, non risolutivo. Avrebbe però un valore capace di andare al di là della somma raccolta: dimostrerebbe la presenza di uno spirito nazionale consapevole.

Certo non è quella riforma fiscale complessiva invocata ad esempio da Raffaele Bonanni segretario della Cisl. Il problema è che i tre sindacati insieme avevano a suo tempo lanciato una proposta complessiva, poi lasciata cadere nei meandri degli accordi separati.

Fatto sta che la proposta Cgil ha suscitato veementi polemiche. Ed è stato inutile far notare (lo ha spiegato il segretario confederale Agostino Megale) come negli ultimi 7-8 anni i redditi dei lavoratori dipendenti siano aumentati in media dello 0,5 per cento, mentre quelli dei dirigenti dell'8 per cento. Non ha invece suscitato lo scandalo dei benpensanti la proposta della Confindustria di fare in modo che per un anno i flussi di Tfr (di proprietà dei lavoratori) non vadano all’Inps, ma rimangano alle imprese. Questo per aiutarle ad affrontare problemi derivanti dalla stretta creditizia.

Una scelta che non ha sollevato obiezioni di fondo nemmeno da parte della Cgil. Non ci capisce però il perché del diverso trattamento riservato alle due proposte. I commentatori annidati nei vari mass media hanno infatti accolto con indignazione il contributo di solidarietà per i super-redditi. Con bonaria compiacenza, invece, il contributo del mondo del lavoro salariato attraverso il tfr.

venerdì, febbraio 20, 2009

Formazione? Meglio tagliarla

Gli accordi separati tra sindacati non si fanno solo a Roma. Succede che tale eventualità approdi nei territori, nelle provincie. E’ successo nella tranquilla e operosa Bergamo. Non perché i locali dirigenti delle diverse organizzazioni abbiano voluto obbedire a direttive giunte dall’alto, come qualcuno ha insinuato. Non è il gioco del domino. La rottura bergamasca ha una sua logica autonoma. Dimostra però come alberghino sempre più nei sindacati “filosofie” diverse che possono certo propagandare strappi a catena. Su questi elementi dovrebbero interrogarsi commentatori e politici invece di invocare genericamente l’unità o lanciare anatemi all’uno o all’altro.

Qui ad esempio era in gioco il “diritto al sapere”, il diritto alla conoscenza, il diritto alla formazione. Sono parole, slogan di cui politici, studiosi ma anche dirigenti sindacali si riempiono ogni giorno la bocca. E’ la ricetta, il passaporto, lo scudo necessari soprattutto in questi tempi di crisi. Il tuo livello di “occupabilità” per usare un gergo diffuso, aumenta, se hai una formazione professionale continuamente adeguata. E’ l’imperativo del giorno attorno al quale bisognerebbe imbastire piattaforme, vertenze, accordi.

Ebbene malgrado tutto questo discettare, sancito solennemente dagli accordi di Lisbona in campo europeo, a Bergamo è passato un accordo, firmato da Cisl e Uil, che riduce a 16 ore annue la formazione degli apprendisti contro le 120 ore previste dalle norme e dai contratti. Un taglio netto concordato da Cisl e Uil con "Imprese e territorio”, il comitato unitario che riunisce associazioni imprenditoriali rappresentative del mondo dell’artigianato e delle piccole imprese. La Cgil non c’è stata, ha protestato. Ha osservato tra l’altro Luigi Bresciani segretario della Camera del lavoro: “Evidentemente l'apprendista viene visto come un impaccio”. Oltretutto è stato fatto osservare come la nuova organizzazione non consentirebbe nemmeno di avvalersi dei percorsi formativi finanziati dalla Provincia e dalla Regione.

La vicenda interessa ben dodici mila giovani bergamaschi. Perché questa scelta di marginalizzare le loro possibilità formative? Per rendere più appetibili i loro costi? E’ uno scambio tra il diritto al sapere e i promessi enti bilaterali chiamati a gestire quel che resta della formazione? La lettura dei giornali locali permette di conoscere le posizioni della Cisl locale. Che accusa la Cgil di essere preda di un virus proveniente da Roma. Il sindacato di Epifani vorrebbe solo “affidarsi a un movimentismo privo di ogni obiettivo contrattuale”. Siamo a questo punto. Sembra di capire che è stata imboccata una strada. Costi quel che costi. Anche a costo di ridurre a 16 ore all’anno il diritto al sapere.